Gazzetta di Modena

Modena

Milani: «Ma che mazzetta Chiesi soldi per gli operai» Indagati sei suoi testimoni

Carlo Gregori
Milani: «Ma che mazzetta Chiesi soldi per gli operai» Indagati sei suoi testimoni

Il processo al leader si cobas per ESTORSIONE 

3 MINUTI DI LETTURA







«Ma quale mazzetta. Si è detto tanto sulla telefonata tra me e Danilo Piccinini. Con lui ho parlato di anticipi: soldi per 200 lavoratori senza stipendio da due mesi al centro dei ricorsi in tribunale. Gente che non aveva neanche da mangiare. Non ho certo mai chiesto ai padroni soldi per la Cassa di Resistenza. Se saltasse fuori, i miei mi impiccherebbero!» È stato il giorno di Aldo Milani, il leader del sindacato Si Cobas a processo per l’accusa di tentata estorsione di 5mila euro ai fratelli Levoni durante la durissima vertenza Alcar Uno. Ma poco prima ha suscitato scalpore in aula la scoperta che dei suoi 8 testimoni ben 6 erano indagati per reati connessi (hanno testimoniato assistiti da un avvocato); uno ha persino ricevuto la notifica sul posto: tutti accusati di reati ai picchettaggi Alcar Uno e di altre ditte.

L ’imputato Milani ha parlato per ore. Al centro della sua ricostruzione i rapporti con Danilo Piccinini, già condannato in abbreviato. Milani ha detto che, presentato da un suo delegato, Piccinini «mi era apparso un rappresentante dei Levoni, non certo dei Si Cobas. I contatti telefonici e via mail riguardavano una sua proposta di mediazione sulle vertenze delle cooperative Alba e Evolution: 55 licenziamenti e 200 ricorsi al Tribunale del Lavoro. Milani ha spiegato di avere incontrato Piccinini per la prima volta in presenza di tre dei suoi. «Mi parve un millantatore». Poi lo rivide il 26 gennaio 2017, il giorno dell’arresto. A questo proposito Milani ha ribadito la sua versione. È a Parma per un’altra vertenza, decide di chiudere con i Levoni e arriva a Modena. «Avevo fretta di chiudere- ha detto ai giudici - era una vertenza arrivata al limite». I soldi chiesti al telefono con Piccinini? «Erano un anticipo di quanto avrei chiuso per i 200 lavoratori. Non era roba per noi. La Cassa Resistenza non c’entra. Non sono 5mila euro quelli che ci servono». Dopo un primo preliminare con Piccinini, Milani entra nella stanza dove lo attendono i Levoni al tavolo. «Devo ammettere di essere stato superficiale - ha spiegato ai giudici - certo che ho visto il passaggio di una busta dai Levoni a Piccinini ma non me ne sono interessato. Ero distratto: mentre lui passava la busta, e l’ho visto, stavo trattando e non ho chiesto niente».

Milani, che si descrive come un «pensionato che non prende un euro per fare il sindacalista», rispolvera una prassi da sindacalismo duro d’altri tempi. Come la Cassa di Resistenza: «Non è un finanziamento occulto ma uno strumento di lotta un tempo usato dai sindacati e oggi caduto in disuso. Serve ad aiutare chi lotta o sciopera ed è in difficoltà economica». Come si finanzia? «Ogni tessera di associato costa 12 euro; di quelli, 5 euro vanno direttamente alla Cassa di Resistenza. A questi fondi si aggiunge il 5% di quanto previsto a ogni vertenza chiusa; in questo caso sono segnati in ricevuta anche per motivi fiscali. Non ci sono altri finanziamenti ed è tutto nel nostro bilancio che ho fornito. Questi soldi vanno in quote diverse a chi sciopera ed è in difficoltà. È un sostegno. In quel caso erano 200 euro al mese. Se non bastano perché la vertenza è lunga, facciamo una sottoscrizione. Non sono certo soldi che i Levoni ci davano per scioperare contro di loro». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google