Lo speciale/ San Geminiano: la festa, i riti, la Corrida: tutte le informazioni per vivere il giorno del patrono
ALLA FIERA OLTRE 500 BANCARELLE IN CENTRO
Giovedì 31 gennaio gli ambulanti potranno effettuare le vendite dalle 8 alle 20
In occasione della tradizionale fiera di San Geminiano, in programma giovedì 31 gennaio, potranno allestire i loro banchi nel centro storico cittadino 520 ambulanti.
Le strade e le piazze in cui si disporranno sono: piazza S. Agostino, piazzale Erri, piazza Grande, piazza XX Settembre, via Emilia centro, piazza Muratori, piazza Matteotti, corso Canalchiaro, corso Duomo, corso Canalgrande, via Università, Via Castellaro, via Scudari, via Canalino, piazzale San Francesco e calle di Luca.
Nel centro storico vengono collocati i segnali e i cartelli che indicano i divieti di sosta, in vigore dalla mezzanotte di mercoledì 30, e le zone soggette a rimozione forzata dei veicoli. Occorre fare attenzione alla segnaletica sul posto. I veicoli in sosta abusiva saranno rimossi a partire dalle ore 01.30 di giovedì.
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L'accesso ai luoghi della fiera e il montaggio dei banchi potrà iniziare alle 22.30 di mercoledì 30 gennaio, dopo che gli ambulanti avranno mostrato l'autorizzazione agli agenti della Polizia municipale che presidieranno gli accessi al centro città.
La verifica che tutti gli aventi diritto abbiano ottenuto un posteggio avverrà alle 8 nell'ufficio allestito sotto le tribune del parco Novi Sad, così come la “spunta”, ovvero l’assegnazione dei posti eventualmente non occupati dai titolari. I mezzi degli operatori in attesa possono parcheggiare in piazza Tien An Men.
L'attività di vendita si potrà svolgere dalle 8 alle 20, con facoltà di anticipare la chiusura alle 19. L'area dovrà essere liberata entro le 22.
La Polizia municipale, con altre Forze dell’ordine, sarà come sempre impegnata nei controlli sul corretto svolgimento della manifestazione, in servizi antiborseggio, e in controlli e verifiche sul rispetto della normativa sull’anticontraffazione e sulla sicurezza dei prodotti in vendita.
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CONTROLLI E CONSIGLI CONTRO I BORSEGGI
Municipale e PS anche in borghese, e Guardia di Finanza; aperti l’ufficio denunce PM all’autostazione e il punto Città sociale e sicura all’ex Principe per segnalazioni e informazioni
Anche in occasione della fiera di San Geminiano, in programma giovedì 31 gennaio, Polizia municipale e Polizia di Stato e altre Forze dell’ordine sono impegnate nella lotta ai borseggiatori e per lo svolgimento in sicurezza della tradizionale fiera.
Comune di Modena e Questura, infatti, metteranno in atto anche quest’anno una serie di iniziative per prevenire borseggi, reato che si verifica solitamente in luoghi molto affollati, nei quali i professionisti del borseggio si muovono con abilità sfilando portafogli, documenti, cellulari e altro da borse e tasche dei passanti.
Oltre al personale in divisa saranno in servizio agenti in borghese, ed è stato predisposto un servizio antiabusivismo che presidierà l’area della fiera. Sarà impegnata in fiera anche la Guardia di Finanza che svolgerà in particolare controlli sull’anticontraffazione dei prodotti e su materie fiscali.
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L’Ufficio denunce della Municipale centro storico (alla stazione autocorriere) sarà aperto la mattina dalle 7.40 alle 12.30 e il pomeriggio dalle 13.50 alle 18. Anche in largo Sant’Agostino e in largo Porta Bologna, ai due estremi della via Emilia centro, ci saranno presidi della Polizia Municipale, presente anche dalle 08.30 alle 12.30 e dalle 13.30 alle 18.30 al Punto Città sociale e sicura a fianco dell’ex cinema Principe in viale Caduti in Guerra.
Alle diverse postazioni della Municipale i cittadini potranno rivolgersi per l'intera giornata agli operatori per fare segnalazioni o ricevere informazioni e consigli di carattere generale o sulla fiera in corso.
La Polizia municipale sarà come sempre impegnata anche nei controlli sul corretto svolgimento della manifestazione: verranno effettuate verifiche sul rispetto della normativa sull’anticontraffazione, sulla sicurezza dei prodotti in vendita, e sulla corretta applicazione delle norme.
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Le autorità e il sindaco alle 10.30 si recano dal Municipio alla Messa in Duomo
Nel segno di una antichissima tradizione in onore del Patrono, mercoledì 31 gennaio, il sindaco Gian Carlo Muzzarelli e la presidente del Consiglio comunale Francesca Maletti, accompagnati dal gonfalone della città, interverranno in forma ufficiale con altre autorità alla celebrazione per la festa di San Geminiano.
Alle 10.30, dallo scalone del Palazzo comunale, si muoverà il corteo con i valletti in livrea gialloblù a portare in offerta i ceri e l'olio per la lampada che nella cripta del Duomo arde perennemente davanti al sepolcro del Santo Vescovo, scoperto in occasione della festa per la devozione e le preghiere dei fedeli.
Il corteo, preceduto dalla banda cittadina, da piazzetta delle Ova percorrerà via Emilia fino a corso Duomo per poi entrare nella cattedrale romanica che torna a ospitare la Messa pontificale dopo i restauri.
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Alla Messa concelebrata dall’Arcivescovo abate Erio Castellucci, come ogni 31 gennaio, sarà presente anche una delegazione con gonfalone della città di Pontremoli, il cui santo patrono è San Geminiano, e di nuovo sarà ospite del Comune di Modena una delegazione di San Gimignano, altra cittadina di cui Geminiano è il Santo protettore. Nel pomeriggio una delegazione del Comune con l’assessora Irene Guadagnini parteciperà alle cerimonie dedicate al Santo in programma a Pontremoli, mentre un’altra delegazione, con l’assessora Giuliana Urbelli, andrà a San Gimignano.
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Parte alle 14.30 da via Berengario la corsa podistica
Il giorno di San Geminiano a Modena è anche il giorno della Corrida. La corsa podistica parte alle 14.30 di giovedì 31 gennaio da via Berengario. Questo il percorso: via Berengario, via Emilia Centro, corso Duomo, corso Canalchiaro, piazzale Risorgimento, viale Vittorio Veneto, via Riccoboni, via Luosi, via Marconi, viale Corassori, via Leonardo da Vinci, strada D’Avia Sud, cavalcavia Tangenziale, via Campagna, strada di Cognento, via Jacopo Da Porto, periplo di Cognento, strada di Cognento, sottopasso Tangenziale Neruda, stradello Scaglia, via Formigina, viale Corassori, via Marconi, via Luosi, viale Barozzi, viale Storchi, via Bacchini .
Sono previsti rallentamenti della circolazione stradale su tutto il percorso e deviazioni alla circolazione saranno messe in atto al bisogno dal personale della Polizia Municipale presente agli incroci.
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Le modifiche ai percorsi del trasporto pubblico urbano ed extraurbano saranno apposte alle fermate a cura di Seta.
La Polizia Municipale invita a fare attenzione alla segnaletica sul posto e ai divieti di sosta istituiti per consentire lo svolgimento della manifestazione. In particolare, la sosta sarà vietata con rimozione forzata su entrambi i lati di via Berengario da via del Voltone a via Bono da Nonantola, e su entrambi i lati di via Bono da Nonantola, anche in questo caso con rimozione forzata. I veicoli in sosta abusiva saranno rimossi dalle prime ore del mattino.
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INFORMAZIONI PER CHI VA IN FIERA IN AUTO
Consigliati i parcheggi scambiatori con fermate di bus che portano verso il centro
Come ogni anno, sono tante le persone attese in centro storico a Modena per la fiera di San Geminiano di giovedì 31 gennaio. Chi usa l’auto può scegliere di parcheggiare utilizzando i numerosi posti macchina a disposizione, a pagamento, al Parcheggio del Centro” (Novi Park) o nei parcheggi scambiatori che consentono di lasciare l’auto e arrivare alle porte del centro con l’autobus. La navetta del parcheggio, che solitamente attraversa il centro, giovedì 31 non circolerà.
Ecco le altre aree in cui si può lasciare la vettura: parcheggio del parco Ferrari in via Emilia Ovest; parcheggio antistante l'ex Mercato bestiame in via Canaletto (per il centro, bus linea 7 o 11); parcheggio Darsena del Naviglio (per il centro autobus 3) parcheggio Cnh in via Pico della Mirandola (per il centro autobus 12 e 13), parcheggio PalaPanini via Divisione Acqui (da cui è possibile raggiungere le zone più vicine alla fiera con l’autobus della linea 8 che parte dal centro commerciale I Portali); parcheggio del centro commerciale La Rotonda di via Morane (bus linea 5 che arriva in autostazione o linea 3 con arrivo in largo Garibaldi o alla stazione delle Ferrovie dello Stato); parcheggio di via Gottardi, zona universitaria (linee bus 2, 7 e 9).
Nel giorno della fiera gli autobus che abitualmente percorrono via Emilia centro modificheranno l'itinerario e transiteranno sui viali cittadini.
La Polizia Municipale invita a fare attenzione alla segnaletica sul posto e ai divieti di sosta istituiti per consentire lo svolgimento della manifestazione, e ricorda che per la Corrida di San Geminiano la sosta sarà vietata con rimozione forzata su entrambi i lati di via Berengario da via del Voltone a via Bono da Nonantola, e su entrambi i lati di via Bono da Nonantola, anche in questo caso con rimozione forzata. I veicoli in sosta abusiva saranno rimossi dalle prime ore del mattino.
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PIAZZA ROMA CHIUSA, COME USCIRE IN AUTO
Dispositivi fissi per la sicurezza pubblica. Creato percorso con istituzione di doppi sensi
Giovedì 31 gennaio, in occasione della festa e della fiera di San Geminiano, anche in piazza Roma verranno posizionati dispositivi fissi di difesa passiva per motivi di sicurezza pubblica. Saranno posti all’altezza tra via Tre febbraio e piazza Roma, e tra corso Accademia e via Santa Margherita. Pertanto, la piazza non sarà transitabile.
Per permettere ai residenti di piazza Roma di raggiungere le proprie abitazioni è stata predisposta una modifica all’attuale viabilità che prevede, per l’uscita, di percorrere via de Lovoleti, via Taglio, attraversamento di largo San Giorgio, via Fonteraso, via Santa Margherita, e il percorso a ritroso per chi deve rientrare.
Via de Lovoleti, via Fonteraso (nel tratto compreso tra largo San Giorgio e via Santa Margherita) e via Santa Margherita (nel tratto compreso tra corso Accademia e via Fonteraso) saranno a doppio senso di marcia.
Nelle stesse strade dalla mezzanotte del 30 gennaio alle 21 di mercoledì 31 gennaio sarà vietata la sosta e i veicoli saranno rimossi.
La Polizia municipale invita i residenti a osservare la segnaletica stradale al fine di rendere percorribili le strade anche ai mezzi di soccorso.
ARTE E CULTO, VISITE GUIDATE AI MUSEI CIVICI
Giovedì 31 gennaio a Palazzo dei Musei, in occasione della festa del Patrono, itinerari per capire il contesto in cui visse e il rapporto con la sua città. Aperta anche la Gipsoteca
Giovedì 31 gennaio i Musei civici danno a tutti un’occasione per conoscere meglio S. Geminiano e il suo rapporto con Modena nel giorno della sua festa. Organizzano, infatti, tre visite guidate gratuite nella sede al terzo piano di Palazzo dei Musei.
Le visite sono dedicate alla figura del santo, per scoprire anche aspetti meno conosciuti della millenaria vitalità del culto del patrono. Per partecipare basta presentarsi puntuali all’ingresso dei Musei civici al terzo piano in uno dei tre orari di partenza tra mattino e pomeriggio: alle 10.30, 16 e 17. Ai Musei sarà anche visitabile gratuitamente, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19, la mostra in corso “Io sono una poesia”, che offre uno spaccato del vivace clima artistico e culturale a Modena e Reggio Emilia tra il 1962 e il 1972. Sempre a Palazzo dei Musei, dal chiostro del Lapidario Romano dei Musei civici a pianoterra, sarà possibile vedere la Gipsoteca “Graziosi”, aperta liberamente a tutti per San Geminiano grazie al Touring Club.
Vescovo di Modena nel IV secolo e patrono fin da epoca altomedievale, Geminiano è stato punto di riferimento non solo per la Chiesa locale, ma anche per il Governo cittadino, al punto che la sua figura è divenuta in più occasioni strumento di aggregazione della comunità e simbolo della città.
I reperti e le opere d'arte fra tardo antico e barocco presentate nelle visite sono state scelte per proporre un percorso guidato che riunisce testimonianze del contesto in cui visse Geminiano, la tradizione agiografica, il rapporto tra il santo e la sua città, e le forme della devozione. Sarà inoltre possibile ammirare il San Geminiano dipinto da Nicolò dell'Abate per le Beccherie, il pubblico macello costruito nei pressi di Piazza Grande per volere dei conservatori della magnifica comunità tra il 1537 e il 1538. L'opera è esposta nella sala dell'arte sacra dei Musei civici, visitabili, a ingresso gratuito, da martedì a venerdì dalle 9 alle 12; sabato, domenica e festivi, quindi anche il 31 gennaio, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.
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LA LETTERA DEL VESCOVO ALLA CITTA': "SEMINATORI DI SPERANZA"'
La speranza non è solo l’ultima a morire, come dice il proverbio, ma è soprattutto la prima e fondamentale spinta a vivere. Una persona senza speranza si lascia spegnere o al massimo si rassegna a sopravvivere. «L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze, più piccole o più grandi», scriveva papa Benedetto XVI (Enc. Spe Salvi, 2007, n. 30). La speranza più grande di tutte si gioca di fronte alla morte. Davanti al maggiore degli enigmi l’apostolo Paolo raccomanda di rimanere «saldi nella speranza della gloria di Dio» (Rom 5,2), mentre il poeta pensa al contrario che «anche la Speme, ultima dea, fugge i sepolcri» (Foscolo, I Sepolcri, 16-17).
Noi mettiamo però in gioco la speranza non solo di fronte all’orizzonte finale dell’esistenza, ma anche nelle piccole scelte di ogni giorno. Investiamo dosi di speranza in ogni nostra azione, in ciascuna decisione quotidiana. Quando attiviamo il pensiero, quando curiamo le relazioni, quando spendiamo energie nel lavoro, nello studio, nello svago, nella cura, noi mettiamo in campo delle piccole speranze. L’uomo vive in quanto progetta, cioè letteralmente “getta avanti” a sé, si dà degli obiettivi, tende verso una mèta, grande o piccola che sia. Viceversa, muore interiormente, anche quando sopravvive fisicamente, se non scorge più dei traguardi davanti a sé: allora si sente inutile e si lascia andare.
La singola persona vive dentro ad una rete di rapporti che è la comunità. Le speranze degli individui si travasano nella comunità e le speranze che sostengono una comunità influenzano gli individui. Esiste un’osmosi della speranza tra singoli e società. Per questo si parla anche di speranza sociale, intendendo la passione con cui una comunità “getta avanti” a sé lo sguardo, si dà degli obiettivi, si muove su orizzonti di futuro. Il termometro della speranza sociale è dunque la progettualità: là dove prevalgono lamento, nostalgia e rimpianto del passato, il grado di speranza sociale è basso; è alto, al contrario, là dove si diffondono spirito d’iniziativa, capacità di sognare e fiducia nel futuro.
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Uno degli indicatori della speranza sociale è la questione demografica. La parola “questione” si abbina solitamente nel dibattito pubblico a termini come morale, ecologica, sociale e così via: ciascuna di queste espressioni ha una propria storia e richiama svariate problematiche. La questione demografica, fino a qualche decennio fa, veniva evocata in ambito internazionale per segnalare il problema della sovrappopolazione mondiale, ossia l’aumento, ritenuto eccessivo, del numero degli abitanti del pianeta specialmente nel Sud del mondo e in Cina. Ma da qualche tempo l’espressione segnala un problema opposto, soprattutto nel Sud Europa e nell’Oriente estremo: la decrescita della popolazione, ossia la differenza negativa tra i morti e i nati nell’arco di un anno. In Italia questa forbice è diventata così ampia da destare serie preoccupazioni per l’immediato futuro: negli ultimi anni lo sbilancio tra nati e morti è di circa 190.000 persone all’anno. Per trovare un saldo più negativo di questo dobbiamo andare indietro di un secolo: questa forbice venne infatti superata solo nel 1917 in ragione della guerra e nel 1918 a causa dell’epidemia “spagnola”.
Non è certo necessario dimostrare la correlazione tra il cosiddetto tasso di natalità di un paese – cioè la proporzione tra il numero di nuovi nati e la popolazione complessiva – e la capacità di progettare il futuro. In una società che invecchia prevale facilmente la nostalgia sulla fiducia, il lamento sul sogno, il rimpianto sulla novità. Nella storia italiana e anche nella nostra storia locale vi sono stati altri periodi di decadenza. Ai tempi di San Geminiano, ad esempio, la città di Modena e le altre collocate sulla via Emilia da Piacenza a Bologna vennero definite pesantemente dal vescovo di Milano Sant’Ambrogio «cadaveri di città semidistrutte» (Epist. 39,3). Grazie a Dio, oltre che all’opera di tante generazioni di donne e uomini, ben presto quelle città risorsero, nacquero poi i Comuni e prese piede lo sviluppo che ha portato lungo i secoli e fino ad oggi alla costruzione di città fiorenti, con un alto senso civico e uno spirito di collaborazione e iniziativa molto radicati ed apprezzati. Permangono tuttavia delle ombre, la cui spia è proprio la bassa natalità, che denota scarsa fiducia nel futuro.
* * *
Negli anni Sessanta del secolo scorso le nascite in Italia superavano annualmente il milione, come del resto era avvenuto nel secolo precedente, esclusi gli anni delle due guerre mondiali. Ma da mezzo secolo a questa parte il calo è stato progressivo, fino a scendere sotto il mezzo milione nel 2015 e abbassarsi a poco più di 450.000 nel 2017. Se la tendenza non cambia, questo autunno demografico condurrà l’Italia verso un vero e proprio inverno. I dati relativi possono dare un’idea ancora più realistica rispetto a quelli assoluti: negli anni Sessanta la popolazione italiana era formata da poco più di 50 milioni di abitanti e quindi il tasso di natalità era del 20 per mille; attualmente ha superato i 60 milioni di abitanti e quindi il tasso di natalità si aggira attorno all’8 per mille. In Italia ogni donna genera mediamente 1,3 figli, mentre la quota richiesta per il ricambio è di 2,1. Siamo uno dei paesi meno fecondi al mondo, in compagnia di spagnoli, portoghesi, greci, giapponesi, sud-coreani e cinesi
A buon diritto dunque gli studiosi parlano di invecchiamento dell’Italia; quelli più raffinati hanno coniato il neologismo degiovanimento. Questa tendenza contiene anche un elemento apprezzabile: l’aumento dell’età media degli italiani. Grazie alle migliori condizioni generali di vita, allo sviluppo della medicina e della tecnologia e ad un sistema sanitario complessivamente funzionante, si vive più a lungo, per quanto gli anni guadagnati in quantità non lo siano sempre in qualità. Una ventina di anni fa gli ultraottantenni erano poco meno di 2,3 milioni; oggi sono esattamente il doppio e con questa tendenza nel 2040 saranno quasi il triplo. Ed è certamente un progresso. Oltretutto l’aumento dell’età media permette oggi a molti pensionati di vivere bene ed essere attivi anche a beneficio delle famiglie dei loro figli. È preziosissima l’opera di tanti nonni e nonne che, prendendosi cura dei nipoti, sostengono efficacemente i loro figli adulti e creano un importante ponte generazionale. Il problema è piuttosto la notevole e crescente contrazione della popolazione attiva. Se vent’anni fa nel nostro paese c’erano ancora cinque adulti per ogni anziano, oggi ce ne sono quattro e nel 2040 ne rimarranno due e mezzo. Con quali problemi per l’economia è facile immaginare: riduzione della produttività, diminuzione della capacità di impresa e innovazione, aumento delle fragilità legate all’anzianità e alla vecchiaia, tra cui soprattutto le patologie psichiche degenerative.
La proporzione tra giovani e anziani in un paese è stata paragonata a una piramide, che è solida quando possiede una buona e larga base e poi sale, riducendosi, fino ad una punta anche molto elevata. La base della piramide è formata dai bambini, ragazzi e giovani; il corpo centrale dagli adulti e la punta dagli anziani, le cui fila a poco a poco, come è normale, si assottigliano. Noi da qualche anno assomigliano ad una trottola, ma stiamo andando verso una sorta di piramide rovesciata, come quella che si trova all’ingresso del Museo del Louvre a Parigi. Forse anche per questo motivo i giovani si sentono smarriti e scarsamente propensi a “pro-gettare” il loro futuro da adulti. E la generazione di mezzo, chiamata efficacemente generazione sandwich, si sente appunto schiacciata tra due doveri sacrosanti: da una parte sostenere i genitori non più autosufficienti, curandoli e assicurando l’assistenza; e dall’altra mantenere i figli non ancora autosufficienti, accompagnandoli nel complesso compito di entrare nella vita adulta.
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Se l’invecchiamento in Italia è un dato di fatto, l’interpretazione del dato, le cause del fenomeno e le proiezioni sono invece oggetto di discussione. A questo dibattito provo a dare un piccolo contributo, proseguendo nella tradizione della Lettera alla città, perché mi sembra un argomento di primaria importanza anche per la nostra società civile ed ecclesiale modenese: ciò senza pretendere alcuna completezza e originalità, ma solo per tenere desta l’attenzione al futuro, pensando in particolare a bambini, ragazzi e giovani.
Le cause sono innumerevoli, complesse e difficili da districare. Non convincono le analisi troppo rapide, sigillate da ricette infallibili, come se fosse facile leggere il fenomeno e ancora più facile trovare la soluzione. Certamente hanno ragione coloro che riconducono la denatalità ad alcune difficoltà della situazione economica italiana: la disoccupazione giovanile ancora mediamente elevata; le condizioni lavorative talvolta precarie; la scarsità dei servizi di supporto alle famiglie; l’alto costo dei figli anche per gli standards attualmente richiesti; la crisi economica dell’ultimo decennio e così via. Hanno sicuramente ragione anche coloro che individuano cause più profonde, di natura culturale, intrecciate in vario modo alle precedenti: la crescente instabilità dei legami affettivi, il cui indice rilevabile è l’aumento costante di separazioni, divorzi e convivenze; la separazione della sessualità dalla fecondità; i figli rinviati o quelli concepiti ma non accolti e così via. Se le cause sono queste, e senza dubbio molte altre, deve sentirsi interpellato non solo il mondo politico, ma anche il poliedrico mondo dell’educazione, comprese le comunità cristiane.
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Ormai da tempo gli esperti segnalano la situazione a chiunque possa intervenire, partendo dai politici e dai governanti. Alcuni dei quali sembrano tuttavia soffrire di una certa sordità sull’argomento. Esiste, è vero, un problema oggettivo legato al sistema democratico: la questione demografica si gioca su tempi lunghi, mentre l’intervallo tra una legislatura e l’altra è molto breve, e ancor più ridotto è l’intervallo tra una votazione e l’altra. Le maggioranze inoltre mutano con una certa rapidità e talvolta i nuovi governanti, sulla base dei programmi elettorali per i quali hanno raccolto consensi, si danno come obiettivo primario quello di smantellare le riforme dei governi precedenti. Questa provvisorietà rende difficile impostare politiche di ampio respiro, che rischierebbero inevitabilmente l’impopolarità e quindi la riduzione del consenso elettorale. La politica non sembra ritagliata sulle grandi speranze, ma su quelle di corto raggio. Di qui la frequente adozione di provvedimenti-tampone anziché misure strutturali ad ampio respiro. Di fatto le politiche economiche nazionali, dagli anni Sessanta ad oggi ispirate al Welfare, hanno favorito piuttosto i singoli rispetto alle famiglie. Pare proprio che manchi un Welfare italiano a misura di famiglie, sebbene ormai il sistema di assistenza individualistico mostri la sua insostenibilità.
Le amministrazioni locali, immerse nel territorio e nei problemi quotidiani dei cittadini, segnalano da molti anni l’insufficienza del sistema, cercando di gestire al meglio le sempre più scarse risorse: ma sembra che persista lo scollamento tra le politiche locali, generalmente più aperte alla promozione dei corpi intermedi – il primo dei quali è la famiglia – e le politiche nazionali, maggiormente propense ad andare incontro direttamente ai singoli cittadini. I sindaci e gli amministratori locali, in altre parole, essendo a diretto contatto con realtà vive e operanti, sono maggiormente propensi a valorizzarle, coniugando la solidarietà con la sussidiarietà.
Le politiche sociali più efficaci passano attraverso il sostegno alla natalità e quindi dovrebbero essere soprattutto politiche familiari. Troppe volte in questi ultimi decenni abbiamo sentito proclamare i “valori della famiglia” in modo astratto e retorico, senza un adeguato appoggio economico alla famiglia, come se questi valori si promuovessero da soli o fossero veicolati semplicemente da un’alta tensione etica. I paesi occidentali che hanno effettivamente sostenuto la famiglia con politiche sociali incisive e concrete a tutela della genitorialità, destinandovi risorse percentualmente maggiori e persino doppie o triple rispetto a quelle italiane, sono riusciti a frenare l’inverno demografico. Le piste sono tracciate da tempo, come dimostrano le esperienze positive di questi paesi: ingresso più celere dei giovani nel mercato del lavoro che riduca l’arco della scolarizzazione e l’età media del primo impiego; maggiori incentivi alla professionalità femminile che non costringa la donna a scegliere tra lavoro e maternità; la riduzione del costo dei figli attraverso il quoziente familiare, gli incentivi fiscali e la disponibilità di servizi per l’infanzia a costo accessibile e ragionevole; le agevolazioni alle coppie che si impegnano a costituire una famiglia anche per l’accesso alla prima casa. Sono politiche per le quali ovviamente servono risorse, il cui impiego verrebbe però abbondantemente compensato, anche dal punto di vista economico.
Una gestione equilibrata e lungimirante del fenomeno migratorio può pure concorrere a migliorare la situazione. Una saggia politica di regolazione dei flussi migratori evita infatti di alimentare le paure e di evocare lo spettro dell’invasione e cerca piuttosto di promuovere l’inclusione sociale degli immigrati, che favorisce la crescita economica in Italia, come dimostrano le statistiche. È chiaro comunque che i migranti non possono essere visti come “la soluzione” del problema demografico. Prima di tutto perché gli arrivi in Italia sono drasticamente diminuiti nel 2018 rispetto agli anni immediatamente precedenti: poco più di 23.000, quasi 100.000 in meno rispetto al 2017 e quasi 160.000 in meno rispetto al 2016. Una volta integrati in Italia, del resto, gli immigrati tendono ad imitare il comportamento dei nativi anche per quanto riguarda il numero dei figli. A proposito di migrazioni, infine, è bene ricordare anche il flusso in uscita: si mantiene infatti costante l’emigrazione annua “definitiva” verso l’estero di oltre 100.000 italiani, una parte consistente dei quali sono giovani in cerca di impiego. Ciò significa che si corre il rischio di lasciare uscire dall’Italia maggiori potenzialità di quante se ne lascino entrare.
Quelli appena delineati non sono ovviamente obiettivi semplici e di corto raggio. Sono però obiettivi gradualmente perseguibili, a patto di impostare le scelte pensando alle prossime generazioni più che alle prossime elezioni. Qualcuno dovrà pur rischiare una certa impopolarità nel presente per garantire un mondo migliore nel futuro.
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Concludo accennando al contributo che le comunità cristiane possono offrire, insieme a tutti coloro che hanno a cuore il bene comune. Chi si aspetta a questo punto un semplice richiamo al “crescete e moltiplicatevi” della Genesi (1,28; 9,1) rimarrà deluso. Non perché non creda all’importanza fondamentale di questo comando divino, che resta oltretutto essenziale per la sopravvivenza della specie umana, benché spesso citato in modo ironico. E nemmeno perché questo comando biblico mi potrebbe essere personalmente ritorto contro, con un bel “medico cura te stesso” (Lc 4,23), oppure “da che pulpito vien la predica”, dato che non ho contribuito direttamente all’aumento del tasso di natalità e neppure ho intenzione di farlo. Ma perché, piuttosto, credo che la Chiesa sia oggi chiamata a coniugare quel “crescete e moltiplicatevi” non solo in termini di esortazione diretta alla coppia, ma in termini di educazione dei giovani e di messaggio “politico”.
I giovani manifestano ancora il desiderio di realizzare una famiglia. Lo dicono le statistiche; lo sa chiunque li incontri e li ascolti; lo ha riaffermato il recente Sinodo celebrato da papa Francesco per e con i giovani: «La famiglia continua a rappresentare il principale punto di riferimento per i giovani. I figli apprezzano l’amore e la cura da parte dei genitori, hanno a cuore i legami familiari e sperano di riuscire a formare a loro volta una famiglia» (Documento finale, 2018, n. 32). Il loro è un desiderio timoroso, certo, perché vedono l’instabilità della società adulta; ma è un sogno presente e ricorrente. È dunque la formazione delle nuove generazioni a rappresentare il vasto terreno su cui anche le comunità cristiane stanno lavorando con generosità, in rete con le altre realtà educanti: famiglia, scuola, lavoro, sport, cultura, volontariato. L’educazione all’amore, agli affetti, alla corporeità e alla sessualità come “dono di sé”; le catechesi sul matrimonio come vocazione; le testimonianze di accoglienza, come quelle che offrono i Centri di Aiuto alla Vita, le Case-famiglia o le esperienze coordinate dalla Caritas, sono formative e incoraggianti per i ragazzi e i giovani.
In questo modo la Chiesa contribuisce a seminare speranza: dentro la grande e fondamentale speranza della vita oltre la morte, anche le piccole e quotidiane speranze che sostengono la vita terrena. Insieme alle diverse forme democratiche di pressione sul mondo politico per una maggiore attenzione alla famiglia, è questa grande opera educativa che potrà in tempi lunghi invertire la tendenza attuale in Italia, perché l’inverno demografico lasci gradualmente il campo alla primavera.
+ Erio Castellucci
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