Carpi. Il saluto di don Nino ai suoi ragazzi «Grazie per il percorso insieme»
Letta in chiesa la lettera testamento che il sacerdote aveva scritto anni fa. La commozione degli scout
CARPI Il fazzolettone che per anni lo ha accompagnato nel suo cammino scout e l'abito sacerdotale: sono gli oggetti che sicuramente don Nino Levratti ha avuto più cari nel suo cammino terrestre e che, ieri, sono stati deposti sul suo feretro, affinché idealmente lo potessero accompagnare nel viaggio più lungo.
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Si è svolto nella mattinata, officiato dal vescovo Francesco Cavina, il funerale del sacerdote scomparso martedì, a 97 anni. Una piccola folla commossa - persone di tutte le età, la maggior parte delle quali ha indossato il proprio fazzolettone in suo omaggio - ha accolto in Cattedrale colui il quale fu l’anima del gruppo Agesci Carpi 1, il primo della diocesi, cui seguirono tutti gli altri, fino al 6, il più recente.
Anche per questo è stato tanto amato da quanti hanno avuto il privilegio di stargli accanto, soprattutto dai “suoi” scout, che lo hanno assistito, insieme ai nipoti, negli ultimi giorni. A loro e al doloroso momento che sapeva un giorno avrebbero dovuto vivere, don Nino aveva pensato già 25 anni fa. Il 18 novembre 1994, il sacerdote scrisse infatti un testo venuto alla luce solo ora e indirizzato “ai carissimi scout del Carpi 1”.
“Quando vi sarà recapitato questo scritto, la mia avventura sulla terra sarà finita - scrisse allora don Nino - Sarò ritornato a casa. Spero che il Padre mi abbia accolto o mi accolga presto per vivere con Lui come ho sperato. Vi ringrazio, carissimi, per la lunga strada percorsa insieme, condividendo difficoltà, gioie e speranze. Vorrei dirvi tante cose, ma mi preme confidarvi che nonostante l'entusiasmo con il quale vi ho donato il mio tempo, ho sentito spesso l'impotenza, l'incapacità di essere per voi quello che avrei voluto, quello che avrei dovuto essere. Ho molte cose, ho avuto molte cose da farmi perdonare: la disattenzione, l'impazienza, l'intolleranza e una testimonianza non sempre limpida del mio essere sacerdote. Confido nella vostra bontà, nel vostro affetto. La vostra avventura, invece, continua e la porterete a termine con successo, se siete convinti che si tratti di un gioco serio che può incidere in modo determinante nella vostra vita”.
È allo scautismo che don Nino si riferisce: un'esperienza che “non è indispensabile, ma che noi che lo abbiamo scelto sappiamo quanto possa positivamente pesare sullo stile e sulle scelte delle persone... Ma bisogna prenderlo seriamente. Coglierne solo la “scorza” è sacrificarlo”.
Essere fedeli alla promessa fatta, conservare il gusto delle cose finite, delle cose ben fatte, delle cose belle; autoconvincersi che lo scautismo facile non forma il carattere, non fa degli uomini: sono, queste, le parole che don Nino ha voluto riecheggiassero in chi oggi resta. “Baden Powell (fondatore dello scoutismo, ndr) nel suo ultimo messaggio scriveva di aver avuto una vita felice - continua lo scritto - Non credo volesse dire di non aver mai sofferto. La croce fa parte della vita. Per milioni di ragazzi egli ha lanciato nel mondo il gioco della fraternità e della pace... Ho terminato la mia chiacchierata. L'ultima. Non so a chi potrà servire. Tutte le nostre parole passano presto. Fratelli e sorelle carissimi, arrivederci e buona strada. Fino al vostro ultimo traguardo, dove starò ad aspettarvi”. A scortare don Nino al di fuori della Cattedrale, il canto della Madonna degli scout, il canto della partenza e del viaggio. —
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