Medaglia a due soldati nell’inferno dei lager
Presi dai tedeschi dopo l’8 settembre non aderirono alla Rsi Furono imprigionati come lavoratori - schiavi in Germania
«Traditi, disprezzati, dimenticati». Il generale Stefano Mannino, comandante dell’Accademia, ha usato tre parole forti per descrivere gli internati militari italiani.
Ieri in Prefettura ne sono stati ricordati due degli oltre 600 mila soldati (secondo le cifre dell’Associazione nazionale Reduci dalla Prigionia) ribelli al nazifascismo catturati e imprigionati in Germania tra il 1943 e il 1945.
Le storie di Nazzareno Tirino e Giovanni Suma s’intrecciano con il nostro territorio e sono state rievocate davanti a tre generazioni di parenti.
«L’esercizio del ricordo non può mai essere sterile né fine a se stesso e nemmeno culturale – ha esordito il prefetto, Maria Patrizia Paba – perché la cultura deve significare impegno a stroncare ogni forma di antisemitismo e discriminazione. Un impegno a essere cittadini responsabili e consapevoli». Consapevoli di sé e della storia che ha condotto l’Italia ad affrancarsi dal passato fascista e dall’alleanza nazista prima e diventare una Repubblica poi.
«Queste persone hanno accettato di essere internate nei campi e non hanno ceduto ai tentativi dei nazisti di portarli dalla parte loro o della Repubblica Sociale di Salò – ha ripreso Mannino – Alcuni sono stati portati alla morte. Sono stati tutti animati dagli stessi valori, hanno contribuito al successo nei confronti del nazifascismo. La Resistenza ha rappresentato un grande riscatto, a cui anche i 600 mila internati hanno dato il loro apporto».
Il prefetto ha ricordato le leggi 211/2000 e 296/2006.
La prima ha istituito il Giorno della Memoria per ricordare la Shoah. La seconda permette ai cittadini italiani (militari e non) deportati e internati nei lager nazisti (o ai loro congiunti) di ricevere la medaglia d’onore. «Le leggi sono pietre miliari», ha spiegato il prefetto e ha aggiunto dopo se «sia stato fatto abbastanza per capire».
I rappresentanti dello Stato hanno sottolineato i mancati riconoscimenti dei diritti per gli internati. Da prigionieri di guerra secondo la Convenzione di Ginevra sono «transitati a semplici internati – ha ribadito il generale – e poi sono stati usati come manovalanza coatta». «Riconoscere gli esseri umani come tali è un esercizio di responsabilità sociale», ha rimarcato il prefetto. —
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