Alcol e risse tra ospiti: la casa di accoglienza don Govoni sarà chiusa
Decisione del consiglio dopo mesi di problemi e difficoltà «Riapriremo se i Comuni si assumeranno responsabilità»
La Casa di Accoglienza “Don Giorgio Govoni” verrà chiusa. La decisione è stata presa nei giorni scorsi dall’attuale presidente, don Filippo, parroco di San Felice, assieme al consiglio direttivo dell’associazione che amministra la struttura, ed assieme ai Comuni che abitualmente indirizzano gli ospiti nell’ex asilo di San Biagio, aperto nel 2007 in memoria del parroco scomparso. Le cause di questa decisione sono presto dette: una situazione di disagio, danneggiamenti e “risse” tra gli ospiti. Una situazione che negli ultimi mesi ha ripetutamente costretto i gestori della struttura a prendere provvedimenti. E non solo loro. Non si contano, ad esempio, gli interventi dei carabinieri, per sedare litigi o far rientrare situazioni pericolose.
«È stata una decisione sofferta, ma necessaria - spiega il vicepresidente Cesare Gasparini - Non si poteva più proseguire così. Gli ospiti che attualmente sono presenti nella casa di accoglienza sono in cura al Sert per problemi di dipendenza, nello specifico dall’alcol. E quella che dovrebbe essere per loro l’occasione di avere un tetto, una nuova opportunità, si è trasformata già troppe volte in un situazione ingestibile».
Le cronache raccontano di casi di ubriachezza sfociati in litigi, urla e aggressività. Ci sarebbero stati danni alle biciclette (gomme tagliate) o ai beni degli ospiti, da parte di altri ospiti. E una crescente insofferenza da parte del vicinato. Che a fine agosto scorso aveva raggiunto l’apice quando vennero segnate, con un punteruolo di metallo, numerose auto parcheggiate nei pressi della casa, dai volontari che stavano allestendo nell’area parrocchiale la Sagra. La manifestazione era assicurata, ma c’è chi si è visto rimborsare solo un terzo dei danni, in alcuni casi ben sopra i 2mila euro. Non furono scoperti i responsabili, ma tutti puntarono il dito sugli ospiti della struttura. Un sentimento ben contrario a quello di 12 anni fa, quando un progetto “precursore” di accoglienza metteva in moto una nuova macchina della solidarietà, anzitutto grazie all’associazione Il Porto, per dare una casa a chi l’aveva persa, una comunità familiare a chi una famiglia non l’aveva più, o in famiglia non ci poteva più stare. Nello spirito che era stato di Don Giorgio, il parroco di San Biagio e Staggia, il prete camionista che Il Porto l’aveva fondato, perché le parrocchie potessero far fronte al fenomeno del disagio e dell’immigrazione che cominciava ad essere un problema importante.
Prima della decisione a San Biagio erano ospitate 11 persone, quasi tutti italiani con una storia di dipendenze. Molti maschi. Dividevano servizi domestici e stanze da due posti, con una tariffa di 8 euro al giorno, la stessa da 12 anni, in molti casi integrata o sostenuta dai Servizi sociali dell’Unione Area Nord, che qui dirottavano i loro i casi più difficili. Cinque ospiti sono già stati allontanati, e ricollocati dai Comuni di provenienza. Gli altri - ci sono anche alcune donne - dovranno andarsene al più presto. «Non è nostra intenzione desistere dai principi fondanti della casa di accoglienza - aggiunge Gasparini - Intanto la vuotiamo, e cogliamo l’occasione per una idonea ristrutturazione, dovuta all’usura del tempo e al malcostume di chi vi ha risieduto da ultimo. In tanti anni abbiamo ospitato circa 300 persone, ma mai si erano raggiunti i problemi di questi ultimi mesi. Una volta ristrutturato, potremo riaprire. Ma serve una assunzione di responsabilità da parte dell’Unione dei Comuni. Non si può pensare di costringerci a fare da badanti o da tutori in servizio permanente effettivo a persone che in fin dei conti sono adulte e chiedono un’opportunità. E che, comunque, sono in carico a Servizi professionalmente dedicati». —
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