Gazzetta di Modena

Modena

ROSANNA BARTOLINI (CASA DELLE DONNE) 

«Ghizlan voleva la sua libertà Una storia ancor più dolorosa»

C.G.

Il presidente dei centri  contro la violenza: «Era perfettamente integrata e cercava di crearsi una vita autonoma dal marito violento» 

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«Quando si legge che secondo i vicini i Laamane erano una famiglia modello e poi si scopre che litigavano prima della separazione, è il momento di fare attenzione al rapporto tra vita privata e pubblica. Non ci sono uomini che si alzano di mattina e uccidono le mogli. Ci sono situazioni nascoste in famiglia e ci sono donne che a un certo punto cercano la libertà, l’affermazione personale e l’autodeterminazione dai mariti che non vogliono più».

Rosanna Bartolini, neo presidente dell’associazione Casa delle Donne contro la Violenza di via Del Gambero, ricorda che già a partire dalla narrazione di un femminicidio si notato storture percettive e interpretazioni fuorvianti. Dietro l’immagine della perfezione e della felicità di una famiglia ci possono essere maltrattamenti, pressioni e violenze che non emergono o che, anche per quieto vivere (anche se non pare il caso del vicinato di via Puccini, ndr), non vengono colte.

Presidente Bartolini, quanti sono i casi di donne maltrattate che avere assistito l’anno scorso?

«Sono 422. Il dato è quello che risulta dalla Casa di Modena, quella di Vignola e dagli sportelli in provincia. Si consideri però che la stima riguarda un 10% dei casi concreti».

Vuol dire che il 90% delle violenze resta sommerso?

«Lo dicono le stime dell’Istat. Bisogna considerare che il femminicidio è sempre esistito ma che solo recentemente se ne è iniziato a parlare. Tra l’altro da quest’anno per la prima volta l’Istat considera proprio i dati di femminicidio a livello statistico».

Ma è in corso un cambiamento culturale?

«Non sufficientemente. I dati dicono che le vittime maschili di omicidi sono in calo mentre quelle femminili sono stazionarie. In Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni».

Nel caso di Ghizlan siamo di fronte a una donna di cultura islamica del tutto integrata, benvoluta e stimata dal quartiere, indipendente economicamente.

«Per questo motivo l’omicidio di Ghizlan fa ancora più male. Era una donna che si stava separando e cercava la sua autonomia da un coniuge che la maltrattava».

Come si colgono i segnali di un maltrattamento?

«È molto difficile. Bisogna ascoltare e capire i segnali. Bisogna anche capire se e quando emergono. Si consideri che la nostra associazione esiste da trent’anni ma non tutte le donne si rivolgono a noi, come abbiamo detto a proposito dei dati. Abbiamo persino degli appartamenti per tenere nascoste le donne minacciate e questa realtà dice tanto della situazione in cui si trovano».

Avete un osservatorio anche sulle cronache dei femminicidi?

«Sì. Il racconto di questi delitti mostra quanto si parli poco della vittima, a volte si tende a giustificare l’omicida. Una narrazione poco attenta può perpetuare violenza». —

C.G.

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