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Fuoriclasse/ Il fascino della mummia che torna alla luce con un restauro “live”

Marco Guizzardi
Fuoriclasse/ Il fascino della mummia che torna alla luce con un restauro “live”

I Musei Civici hanno analizzato il corpo imbalsamato di un bambino La dottoressa Cinzia Oliva: «Operazione complessa, serve rispetto» 

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MODENA. “Mummia”. Questa parola evoca nella mente un paesaggio desertico infuocato dal sole rovente di un paese nordafricano, quasi sicuramente l’Egitto. Eppure, proprio a Modena, al terzo piano del palazzo dei Musei Civici, alcuni fortunati hanno potuto osservare con i propri occhi il processo di restauro del corpo mummificato di un bambino. Grazie ad indagini radiologiche il paleopatologo Francesco Galassi e l’antropologa Elena Varotto sono riusciti ad appurare il sesso, l’età e le possibili cause della morte precoce del bambino. Vissuto tra il I e il II secolo d.C., aveva tre anni e sembra sia morto per un’infezione, non si esclude la meningite.

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La dottoressa e restauratrice Cinzia Oliva ha spiegato i processi volti al mantenimento e alla conservazione del corpo. «Lavorare su corpi umani richiede un approccio diverso, un maggior rispetto», questa è stata la premessa di Oliva. Successivamente la dottoressa ha fatto notare che la mummia è priva della sezione podalica, forse a causa dei continui spostamenti a cui questa è stata sottoposta nel corso del tempo; inoltre, durante il processo di imbalsamazione sono stati rimossi gli organi interni, sostituiti da pacchetti costituiti da bende e grani di sale circondati da materiale resinoso. Anche il cervello è stato asportato per via transnasale.

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Da analisi attuate attraverso il radiocarbonio si è capito che le bende in prossimità dei piedi sono databili intorno al milleottocento, quindi la mummia ha subito un restauro in quel periodo. La restauratrice ha poi spiegato «che le bende sono di lino e si è constatato che sono state tratte da un sudario, quindi riutilizzate perché spesso il tessuto era troppo costoso. Affinché la mummia si conservi è necessario rimuovere lo sporco dalle bende. La pulizia del tessuto non avviene attraverso il ricorso a solventi, poiché penetrerebbero all’interno delle fibre e altererebbero, quindi, i resti organici e il bendaggio, né con acqua, siccome creerebbe una bora di umidità».

Gli strumenti di cui ci si serve sono, invece, un microaspiratore, delle gomme, con le quali le bende vengono tamponate e liberate dalla sporcizia, e un vaporizzatore. Questo in maniera delicata “soffia” via i residui di sporco e soprattutto umidifica le fibre, come spiega la dottoressa stessa: «Le fibre vengono umidificate per ripristinare in parte la flessibilità e l’ortogonalità». La dottoressa ha approfondito il funzionamento di questo curioso arnese: «Il vapore deve essere freddo per evitare di innescare reazioni chimiche. Il vaporizzatore è, infatti, caratterizzato da un termostato che permette di ridurre la temperatura». Durante l’attuazione di questo processo le bende sono tenute in loco da spilli in acciaio inossidabile. La mummia verrà esposta al pubblico il 16 febbraio nei Musei Civici. —

Marco Guizzardi




 

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