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LA SERATA RICORDO 

L’appello della madre di Giulia «Educare alla non violenza»

Eleonora Alboresi
L’appello della madre di Giulia «Educare alla non violenza»

A teatro le lettere della figlia scritte al marito che poi la uccise dieci anni fa «I tuoi silenzi e il cinismo erano artigli». La commozione dei tanti partecipanti

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Tutto esaurito, in un commosso teatro Astoria, per “Metti in circolo il tuo amore”, l’evento organizzato per ricordare, a 10 anni dalla scomparsa, Giulia Galiotto. Le luci si abbassano, il pubblico si prepara. Una voce fuori campo inizia a raccontare qualcosa, a descrivere un dolore.

«Come sempre anche stasera sono disposta a parlare, ma gradirei non ripetere le solite cose. Ti chiedo: vuoi me? Tu sei in crisi, hai un problema…e devi capire se vuoi risolverlo o no. Io ti posso aiutare, ma non posso lavorare da sola per entrambi». Poche righe che contengono una richiesta travestita da speranza, quella di capire. Sono parole che Giulia scrisse per il suo “amore”. Era il 18 gennaio 2009 e nonostante la relazione fosse già appesa ad un filo nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe successo meno di un mese dopo.

Sale sul palco Annalisa Valli, che prosegue nella lettura delle lettere di Giulia. «Il tuo problema ero io. Me l’avevi detto che non mi amavi più. Stavi giocando con i miei sentimenti, come fa il gatto col topo prima del morso finale». Frasi disperate, seguite da altre, terribili, macchiate dalla piaga di una violenza psicologica già in atto, che come spesso accade anche questa volta ha anticipato quella fisica. «I tuoi silenzi, il tuo cinismo, la tua deliberata indifferenza nei miei confronti erano artigli e denti affilati che affondavano sempre più nel mio cuore, nella mia carne viva. Ti ho dato fiducia fino all’ultimo. Dovrei rimproverarmi per questo, così dicono tutti: “Ingenue! Non avete colto i segni”. No, non ho rimorsi io. Ho fatto ciò che il cuore, prima che la ragione, mi dettava».

Le parole sono intervallate dalla colonna sonora della vita di Giulia, le canzoni del “suo” Ligabue, interpretate per l’occasione da Marco Baroni, Alberto Bertoni, Morgana Montermini e Sabrina Sotgiu. Sul palco ci sono anche i musicisti David Bonisoli al sax, Davide Passarini alla chitarra e Francesco e Giovanni Pietri, i due figli di Elena, la sorella di Giulia, rispettivamente al pianoforte e all’handpan. Altri due attori, vestiti di nero, interpretano i sentimenti, le emozioni, le dinamiche che si possono innescare nei rapporti con gli altri: sono Paolo Evangelisti e Daria Leonardi, e parlano d’amore, idealizzazione, molestie.

Torna il racconto di Giulia, parole che buttano addosso allo spettatore tutta la forza delle sue fragilità. «Non vedevo i miei punti forza. Che c’erano, e che silenziosi e tenaci mi hanno portata al di là del guado, alla mia laurea, alla mia crescita personale. Solo allora li ho visti. È stato allora che tu sei entrato nel mio castello. Non potevo sapere che era un castello di sabbia».

Il racconto prosegue, come le immagini e la musica. Così come l’evoluzione della prigione mentale a cui era incatenata. «Tu, narcisista; io in quel momento fragile. Tu giocavi il ruolo della roccia a sostegno delle mie insicurezze. Tu, esperto, mi assolvevi dal prendere decisioni, ma anche dal fare scelte autonome. Io mi affidavo ciecamente».

Uno spettacolo emozionante, sentito, che ha voluto ricordare Giulia e portare un esempio, ricordando dove può sfociare un ripetuto atteggiamento aggressivo. «Sono sorpresa - ha detto Giovanna Ferrari, madre di Giulia - per la grande partecipazione del pubblico. Spero che sia passato il messaggio della necessità di educare alla non violenza. Bisogna entrare nell’ottica di accettazione dell’altro come individuo a sé che non ti può appartenere e a cui devi dare spazio». —

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