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Un anno di Pronto soccorso Quasi 47mila gli interventi

Valeria Cammarota
Un anno di Pronto soccorso Quasi 47mila gli interventi

La dottoressa Pesci guida il reparto con altri 17 medici e 54 infermieri «C’è grande amalgama, guardiamo al futuro però i pazienti devono aiutarci»

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La dottoressa Chiara Pesci è entrata ufficialmente in servizio il 1 gennaio 2018 in qualità di primario del Pronto soccorso e Medicina d’Urgenza del Ramazzini. A un anno di distanza traccia un bilancio della propria personale esperienza e, nello specifico, di uno dei reparti cui i cittadini fanno maggiore riferimento in assoluto.

Come si trova con lo staff?

«Non è stato difficile amalgamarsi a un gruppo già affiatato: loro si sono dovuti abituare a me. Scherzi a parte, 17 medici - esclusa me - 54 infermieri, 12 autisti, 13 Oss e 2 coordinatori infermieristici: non siamo in sofferenza. L’unità operativa è unica e questo lo voglio rimarcare: la Medicina d’Urgenza, il Pronto Soccorso e i due equipaggi del 118 sono un’unica struttura, in cui gli operatori lavorano trasversalmente. Certo, ci sono i normali avvicendamenti causati da trasferimenti o pensioni, ma la situazione non presenta criticità: è tutto nell'ordine delle cose».

Come sono i flussi?

«Alti, ma costanti: oltre 46.397 accessi nel 2017 e 46.891 nel 2018 (un incremento dell’1,1%), in prevalenza verdi e gialli, in minor quantità rossi e bianchi. Quest’anno è iniziato in salita: il picco dell’influenza è arrivato tardi e nelle prime settimane del 2019 abbiamo toccato i 150-160 accessi al giorno, ma è un’eccezione. La tipologia di pazienti vede in prevalenza persone di età medio alta ovvero i 90enni. Una situazione che ci accomuna a molte parti d’Italia, dato che la popolazione invecchia sempre più, grazie a cure che consentono di fare una vita accettabile anche in presenza di patologie croniche. Il bacino di utenza non coinvolge solo la città, ma si estende nelle immediate vicinanze fino ad alcuni comuni del reggiano. Il fatto che in tanti si rivolgano a noi per primi rappresenta un attestato di fiducia anche se dovremmo rappresentare l’extrema ratio, dopo il medico di base e lo specialista».

Quali obiettivi avete raggiunto negli ultimi 12 mesi?

« Stiamo lavorando sull’accoglienza, il lavoro di squadra, la formazione e l’organizzazione interna. C’è un grosso progetto formativo per il triage, un rimodernamento sulle tecniche. Abbiamo contatti con i medici di famiglia, con le Case residenza assistenziali, con gli specialisti interni. Abbiamo messo in campo molte cose, anche dal punto di vista organizzativo. La medicina d’urgenza ha potenziato diversi fattori: proprio in questi giorni si stanno svolgendo i corsi per l’uso di diversi nuovi macchinari diagnostici. Stiamo lavorando sulle relazioni, sia esterne che interne. Abbiamo inoltre ripreso in mano molte procedure che ci vedono lavorare in rete con Mirandola e stiamo studiando come inserire e lavorare su nuovi studi di tipo scientifico, oltre al fatto che abbiamo ripreso ad accogliere gli specializzandi di Medicina d’urgenza provenienti dall’università di Modena. Molti medici infine tengono corsi di sicurezza, di prevenzione. Anche questo è un modo per avvicinarci alla popolazione».

Quali problematiche ravvisa?

«Una in particolare che sembra di poco conto, ma non lo è. Il 50% delle persone viene senza documenti di identità, il che rende necessario compilare un’autocertificazione che rallenta e complica le procedure, specie quando i pazienti non sono residenti o non lo sono ancora ufficialmente». —

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