Nuove crepe sul Ponte L’Anas: «È stabile»
L’ente rassicura i residenti preoccupati dopo l’ultima piena: «Situazione sotto controllo. Nessun pericolo per la viabilità»
«La situazione è sotto controllo, non ci sono pericoli per la viabilità». È questa la risposta dell’Anas dopo la segnalazione delle crepe sul Ponte di Sant’Ambrogio, per l’ennesima volta chiuso al traffico in occasione della piena del Panaro di due settimane fa. La Regione si fida delle certificazioni dei proprietari della strada, l’Anas appunto, anche se la crepa di un’arcata non fa dormire sonni tranquilli a chi abita lì vicino.
Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova tutte le strutture di questo tipo, compresi i cavalcavia, vengono tenute sotto osservazione. Ma nessuno come i residenti della zona verifica con più continuità quelle due arcate in mattoni sulla via Emilia che da più di duecento anni collegano le due province di Modena e Bologna. Fino alla fine del 1700 le due sponde erano ancora di due Stati diversi: da una parte gli Estensi e il Ducato di Modena, dall’altro le terre del Papa Re, le Legazioni Pontificie di Bologna.
Ma per capire i pericoli ma anche la grande bellezza di un ponte che da due secoli sostituisce i passatori sui barconi, e su cui oggi passano decine di migliaia di auto e Tir, occorre parcheggiare l’auto e passarci a piedi. Si lascia la vettura nello spazio davanti a un cantiere che promette da anni un borgo di campagna a due passi dalla città, ed ecco la prima scoperta. Nelle spallette del ponte ci sono crepe in cui si infila comodamente una mano. In coincidenza a dove ci sono i contrafforti, sormontati da spazi su cui crescono i muschi, le crepe corrono da un lato all’altro “camminando” simmetricamente sull’asfalto.
«Trent’anni fa ci passava solo un dito» raccontava l’altro giorno alla Gazzetta Ermanno Bianchini, che abita giusto lì di fianco. Ma le crepe, più piccole e o più grandi, si fanno strada ovunque nei muri imponenti che rivelano la cura e le ambizioni degli ingegneri estensi.
Chi ha tempo di passeggiare sui bordi, dove il camminamento di mattoni originali, posati a spina di pesce costeggia l’asfalto, vede il pilone centrale montato su una colossale scarpata che si allarga verso il basso, una prua affusolata di file di mattoni che si assottiglia a metà spezzando la furia delle piene e raccogliendo tronchi alla base.
Ancora oggi, anche se invisibili, ci sono due casermette per sponda. Una è attraversata dal Percorso Natura, un budello tra le arcate dei doganieri prima dell’Unità d’Italia.
Oggi per terra, tra i rottami, ci sono rifiuti di ogni tipo che fanno da malinconico arredo a un’opera di grande valore storico. Quel tratto del Panaro, cerniera nella Pianura Padana tra due province, vide una battaglia decisiva nel 43 avanti Cristo tra Ottaviano e Marco Antonio, che sigillò gli equilibri politici dopo l’omicidio di Giulio Cesare. A metà del ’200 l’imperatore Federico II di Svevia perse la battaglia, il figlio Enzo e in definitiva la guerra contro la coalizione guelfa mentre nel 1815 le truppe di Gioacchino Murat sconfissero l’esercito austro-estense, spingendo i soldati del Regno di Napoli verso la Lombardia in appoggio di Napoleone. Di quelle vicende resta solo una lapide. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
