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Se il robot entra nelle scuole «Il digitale è educazione»

Michele Saracino

L’università di Modena riflette sulle nuove frontiere della tecnologia «Non deve essere totalizzante, ma non si può fare finta che non esista»

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L’INTERVISTA

Michele Saracino

«Spegni quel computer!», «Metti via ‘sto cellulare!», musica e parole mamma e papà “feat” maestri e professori, secolo ventunesimo.

Se educare è da sempre considerato il mestiere più difficile, che non s’impara come le tabelline né tantomeno s’improvvisa, oggi sembra diventato di fatto impossibile.

Da Socrate agli sviluppi più recenti del secolo XX, passando per Sant’Agostino, i contributi alla pedagogia sono stati tanti e significativi. Qualcosa di nuovo sembra però affacciarsi all’orizzonte, l’ombra della tecnologia si allunga sui reparti di neonatologia di tutto il mondo e gli adulti tremano. Il dualismo che vede contrapposti gioco e studio, divertimento e crescita è chiamato a confrontarsi con la potenza e la pervasività immensa della tecnologia, seducente e straordinariamente efficace: ma forse esiste una soluzione, abaco e giocattoli hanno l’occasione per coesistere, Dante e la playstation possono – devono – smettere di guardarsi in cagnesco. Chiediamoci allora: è davvero lo scontro epocale l’ultima prospettiva? Per vederci un po’ più chiaro abbiamo incontrato il dottor Lorenzo Manera, relatore nell’ambito dei seminari sulla robotica “ Robomore”, dottorando del dipartimento di educazione e scienze umane di Unimore.

Dottor Manera, sembra che il futuro del rapporto tra uomo e tecnologia si giochi sul campo della pedagogia. A che punto ci troviamo?

«Il rapporto di cui parliamo ha una lunga storia. Voglio sottolineare alcune tappe chiave come la pubblicazione di Mindstorms. L’autore, Seymour Papert, ha aperto la strada a quello che oggi chiamiamo approccio costruttivista alla pedagogia, dove il gioco è un importante vettore di apprendimento. In Italia e nella nostra zona in particolare già dai primi anni ’80 sono iniziate le prime sperimentazioni nelle scuole; credo renda l’idea di come l’area di Modena sia centrale nell’economia del dibattito scientifico sul tema tra digitale ed educazione».

La pedagogia è chiamata ora a confrontarsi con lo sviluppo tecnologico. Strumenti più efficienti per risolvere i problemi di sempre o nascita di nuove esigenze?

«Vede, oggi molti approcci pedagogici sono ancora profondamente legati al passato, si tende a rimanere più fedeli possibile all’indirizzo che un determinato metodo educativo aveva in origine. Pensi ai montessoriani, per esempio. Credo invece che la pedagogia debba dialogare con la tecnologia, il contatto con il digitale è ormai un dato di fatto, lo si voglia o no. È una realtà davanti alla quale non ci si può più nascondere e modifica i metodi stessi di apprendimento: la percezione che l’uomo ha di sé e del mondo cambia in base ai paradigmi storici e tecnologici in cui si trova a vivere, ce lo dicono anche i filosofi. Direi allora che non solo gli strumenti permettono un nuovo approccio alla materia, ma soprattutto che la tecnologia apre a nuove domande mai poste prima».

Alla luce allora della rivoluzione epistemologica che interessa le scienze umane, quali saranno le conseguenze legate all’osservare fin da bambini l’uomo e il robot agire a stretto contatto?

«Questa è senza dubbio la sfida di oggi, il problema –direi- di oggi. La maggior parte delle persone subisce la tecnologia, ne fa un utilizzo passivo. Ciò accade principalmente per ignoranza e per la mancanza di strumenti adeguati a sostenere un approccio critico. Nelle scuole si sente la mancanza di un’educazione alla tecnologia, che agisca efficacemente in vista di un rapporto consapevole e attivo con i nuovi mezzi a disposizione. La soluzione c’è e sta nel problematizzare gli interfaccia, inserendo la tecnologia in ambienti complessi, creativi e personali. Va dato un contesto all’esperienza educativa, evitando che la fruizione del digitale diventi astratta e totalizzante. Fortunatamente ci si sta muovendo in questo senso».

Fin dove si spingerà il dominio tecnologico? Che sguardo va rivolto al futuro?

«Sicuramente la tecnologia sarà sempre più parte del nostro futuro. I dubbi sono fisiologici, l’importante è saper volta per volta scorgere l’utilizzo più utile dei mezzi tecnologici in relazione ai problemi del presente. Non bisogna essere né entusiasti, né pessimisti: l’obiettivo è arrivare alla sinergia tra risorse umane e mezzi tecnologici. Ogni società ha risposto alle innovazioni in base al proprio grado di consapevolezza: la scrittura non è forse stata una tecnica rivoluzionaria?». —

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