Estorsione: per Milani chiesti 2 anni e 4 mesi «Agì per motivi etici»
Il pm chiede la condanna con l’attenuante del valore morale La difesa: «La busta era solo per Piccinini, un faccendiere»
«Aldo Milani esercitò una forma di estorsione sui fratelli Levoni nell’ambito della vertenza Alcar Uno/Global Carni e per questo deve essere condannato a 2 anni e 4 mesi più 1800 euro di multa. Ma non nego che nel corso del processo è emerso che la Cassa di Resistenza del Si Cobas aveva anche una valenza sociale: serviva per aiutare lavoratori e scioperanti senza soldi. Per questo chiedo, oltre all’attenuante generica (perché incensurato), anche l’attenuante, molto rara in tribunale, per aver agito per particolari valori morali e sociali». Così ha concluso la sua requisitoria ieri il pm Claudia Natalini contro il leader del sindacato autonomo che da anni anche in territorio modenese sta lottando in modo durissimo e a volte con metodi illeciti, secondo la Procura, all’interno delle filiere di produzione alimentare che utilizzano le cosiddette cooperative spurie: coop che forniscono mano d’opera a basso costo.
Il pm Natalini è stata puntuale e severa nella sua ricostruzione sulle responsabilità di Milani in relazione a Danilo Piccinini, il sedicente mediatore che il 27 gennaio 2017 alla riunione finale coi Levoni prese la busta con 5 mila euro, frutto di estorsione secondo la Squadra Mobile e la Procura (già condannato in abbreviato). Tuttavia, dei tre capi di imputazione il pm ha ritenuto che solo quello della richiesta di una somma che andava da 90mila a 60 mila euro è imputabile all’estorsione tentata da Milani, anche se i soldi non erano per lui ma per aiutare operai in lotta. Secondo il pm, infatti, la vertenza Alcar Uno coi picchetti e i blocchi delle merci aveva due livelli: uno legale terminato con una conciliazione da 500mila euro per i 55 licenziati della coop Alba, e uno illegale che prevedeva appunto versamenti illegali per sostenere la Cassa di Resistenza, una forma di mutuo soccorso tra scioperanti che un tempo era diffusa anche in altri sindacati. È quanto emerso non tanto nella seduta finita con l’arresto spettacolare di Piccinini e Milani, quanto da tre precedenti incontri del “mediatore” e una telefonata.
La parte civile - i fratelli Levoni assistiti dagli avvocati Cosimo Zaccaria e Marco Pellegrini - ha chiesto un risarcimento per quei 60mila euro da devolvere non ai Levoni ma all’Associazione Familiari e Vittime della strada.
Chiedendo l’assoluzione di Milani, la difesa, avvocato Marina Prosperi, ha spiegato metodi e senso di queste dure lotte sindacali per lavoratori che non ottenevano quanto pattuito se non attraverso il Si Cobas. Quanto a Piccinini, lo ha definito un faccendiere che trattava anche in altre aziende per ottenere appalti e vendere mano d’opera a basso costo. Milani non sapeva nulla di richieste estorsive. —
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