Ogni anno a Modena 1000 donne lasciano il posto di lavoro per stare in famiglia
Record negativo, per le sindacaliste è un “licenziamento” «Una rinuncia preoccupante e purtroppo non casuale»
Ogni giorno, tutti i giorni, cinque lavoratrici modenesi si presentano alla sede della Direzione Provinciale del Lavoro per l’ultimo atto di quello che quasi sempre è un licenziamento mascherato. Vengono a Modena, da ogni parte della provincia, e confermano davanti ai funzionari delegati dal Ministero che le loro dimissioni dal posto di lavoro, come da richiesta protocollata, sono motivate da ragioni di famiglia.
Nel 2018 sono state più di mille le donne che hanno sottoscritto la domanda di allontanamento dal lavoro con una procedura che lascia l’amaro in bocca.
«La procedura - spiega Francesca Arena del Coordinamento Donne Uil, che ha condotto la ricerca sui dati ufficiali - è prevista dalla legge. Comunicazioni online e conferma di persona per evitare le truffe precedenti con le dimissioni dall’azienda fatte firmare al momento dell’assunzione, e con la data in bianco. Ma mi chiedo: possibile che mille donne ogni anno a Modena, nel primo anno di vita del figlio, spediscano una lettera di dimissioni in cui rinunciano all’occupazione “per l’impossibilità di conciliare gli impegni lavorativi con quelli della famiglia”?Anche quest’anno, da gennaio ai primi di marzo, c’è stato lo stesso ritmo di allontanamento dalle attività produttive. E non credo che tutto questo sia casuale».
Attorno al suo intervento, nel corso dell’incontro che si è tenuto ieri all’Inail e promosso dalle donne impegnate nei sindacati confederali e nelle professioni, si è parlato di “Quota 100” e “Reddito di cittadinanza”, rilette con lenti al femminile. Tra i relatori Maria Cecilia Guerra, docente universitaria a Economia, Mirella Guicciardi coordinatrice Commissione Pari Opportunità del Comitato unitario delle professioni, Francesca Arena del Coordinamento Donne Uil Modena e Reggio Emilia, Rosamaria Papaleo della segreteria Cisl Emilia Centrale e Tamara Calzolari della segreteria Cgil.
La discriminazione contro le donne? C’è, nel mondo del lavoro, hanno ripetuto a più voci tutte gli interventi. Anche gli uomini impegnati nel sindacato, spiazzati di fronte all’evidenza dei numeri, hanno riconosciuto che la difesa delle regole sulle pari opportunità nel mondo del lavoro serve a difendere tutti gli occupati, senza differenze di sesso.
Così ad esempio la prof. Guerra ha riportato dati nazionali da cui risultava che il 77% delle donne che si dimettono, anche oltre il primo anno di vita evidentemente, se ne vanno perchè sono impegnate a tempo pieno nei compiti di cura e accudimento di figli e genitori. Di più: tra loro più di un terzo aveva chiesto un orario flessibile ma senza successo. Di qui l’unica soluzione possibile per mandare avanti la famiglia: la porta d’uscita dall’azienda. Quanto alle nuove misure del governo è stata diretta: «Quota 100 riguarda al 60% gli uomini, quasi tutti occupati al Nord Italia e spesso nelle amministrazioni pubbliche. Solo chi ha 35 anni di versamenti può aver diritto ad andar via».
Più in generale resta il tema dominante: se le donne entrano tardi nel mondo del lavoro con contributi regolari, cambiano posto e restano a casa per le maternità, che contributi potranno avere quando vanno in pensione?
Anche qui soccorrono i numeri di una ricerca svolta a Modena. Il 52% delle pensionate ha meno di 1000 euro, in generale la media pensionistica al femminile è di 980 euro contro i 1.978 degli uomini. Prospettiva pesante: entro 15 anni una donna su quattro nella nostra provincia vivrà da sola e con i figli lontani. —
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