Quando a Casa Zambelli si lottava per i diritti e la vita
Serena, 14 anni, tra le nipoti più giovani di una delle famiglie-simbolo contro il nazifascismo: oggi accanto ai parenti il suo discorso sull’eccidio
la storia
Davide Berti
La lapide è lì, da più di 70 anni. Non c’è una data precisa. L’hanno affissa i partigiani subito dopo la Liberazione. Di certo c’è che Casa Zambelli, a Villavara sulla via per Modena al civico 121, resta un pezzo di storia della guerra che ha sconvolto anche la nostra terra.
Serena non c’era, ma la storia la conosce. Merito della sua famiglia e del percorso legato alla memoria realizzato nella sua scuola, le medie “Volta” di Bomporto. Questa mattina parlerà lei davanti ai tanti che parteciperanno alla commemorazione dell’eccidio nazifascista di Navicello.
Serena, 14 anni, a Villavara, in quella casa, c’è stata diverse volte. Con suo nonno, Angelo Zambelli, ha la fortuna di parlare tutti i giorni. È lui, con la figlia Elisa, che oggi porta fiero insieme ai parenti un cognome che racconta, che commuove, un cognome vivo.
La storia è quella di una famiglia di contadini che lavora la terra di proprietà della contessa Forni: grano, vite, barbabietole, animali e il profumo del pane arrivava dal forno in cortile. Ci sono il padre, Angelo, la moglie, Caterina, i figli Renato, Floriano, Tiberio, Irma e Iride. Che a loro volta avevano messo su famiglia: Floriano aveva due figli, Valeriano e Rosa, Tiberio e la moglie Elda avevano messo al mondo Gianni, Irma aveva Fabio. Una famiglia che fa della lotta antifascista una ragione di vita: tutti gli uomini e le sorelle, guidati da Renato, fanno parte della brigata “Walter Tabacchi”, creando una squadra di azione patriottica alla quale si devono diverse azioni di sabotaggio delle ferrovie, linee fondamentali per l’esercito tedesco.
E arriviamo ai fatti. Tra il febbraio e il marzo del 1945 la rappresaglia del ponte di Navicello, che vide la morte di diverse persone tra cui undici partigiani, fu compiuta per la scomparsa di due soldati tedeschi. Il comando, con la collaborazione della Brigata nera di Nonantola, organizzò prima un esteso rastrellamento, poi mise in atto la vendetta. E individuarono in Casa Zambelli una base attrezzata del movimento di Resistenza.
Si salvò Elda, che andò in carcere, torturata dai tedeschi con un cane e un bastone a uncino: «A salvarla fu il suono delle 12 mentre la stavano torturando – racconta Serena - Era il momento del pasto, la lasciarono lì e nel frattempo la contessa Forni riuscì a farla liberare. Elda venne trasferita all’ospedale Sant’Agostino dove rimase fino al parto, quando nacque mio nonno Angelo Zambelli. Finita la guerra Gianni, fratello del nonno, andò a trovare Elda in ospedale e ha nel cuore un ricordo vivo di quel momento, perché in quel posto era tutto bianco… Questo lo emoziona ancora oggi».
Serena lo sa e oggi sarà lì insieme ai suoi cari: «Sono orgogliosa di far parte di questa famiglia, che con il suo esempio, a prezzo della vita, ci porta fino ad oggi. Quanto accaduto dobbiamo interiorizzarlo come nostro patrimonio genetico. I membri della mia famiglia che persero la vita sono sette: il bisnonno Angelo Zambelli e la bisnonna Caterina Bavieri, i miei prozii Renato, Floriano e Iride Zambelli, oltre a Quinto Bozzali e Fabio Pellacani, figlio di Irma. Ho voluto far visita alle loro tombe, alla casa di Villavara. Mi fa effetto pensare alle torture che hanno subito, non riesco nemmeno a raccontarle». —
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