L’ambientalista Matteo Tselifis si candida a sindaco
MARANELLO. «Il livello dell’acqua del Po ha una portata paragonabile a quella di agosto, ma siamo ad inizio marzo. La siccità è un problema grave che investirà anche la zona collinare creando disagi notevoli dunque all’agricoltura locale».
Queste le parole d’esordio del candidato alle prossime elezioni Matteo Tselifis che correrà per la lista “Maranello in Comune”. È chiaro che Tselifis vuole porre l’ambiente al centro del dibattito politico locale. Diplomato al Tassoni, liceo scientifico di Modena, ha seguito a Ferrara, un corso biennale di specializzazione tecnica per la riqualificazione del patrimonio architettonico. Dopo un percorso di vita che lo ha portato in Greenpeace, fra Modena, Catania, Bologna e Lisbona, ha dato la sua disponibilità alla candidatura al ruolo di sindaco assieme al movimento civico “Maranello in Comune – uniti si può”.
Tselifis affronta pochi ma chiari punti, estratti dal programma elettorale in fase di elaborazione, partendo dal problema ambientale. Dalla scarsità di acqua alla pessima qualità dell’aria, passando al problema della mobilità che sicuramente, dichiara, «va affrontato con forti investimenti sul trasporto pubblico che richiedono capacità di confronto e dialogo a livello provinciale sul tavolo politico e la necessità implicita di un dialogo serio con gli attori del nostro tessuto produttivo industriale». Tselifis affronta il problema del sociale, chiarendo come sia necessario strutturare una rete sociale in grado di supportare in particolar modo persone anziane, sole e malate. Infine, parlando di lavoro, con un chiaro riferimento alle amministrazioni di Maranello «che si sono dimostrate sempre molto timide di fronte a questo tema».
Durante la presentazione di Tselifis, il coordinatore di Maranello in Comune, Luca Gibellini, ha equiparato il PD di Gentiloni e Minniti, in tema di migranti, alla Lega di Salvini. «Il Pd - dichiara Gibellini - ha adottato il principio del “occhio non vede cuore non duole”, ma i morti in mare sono uguali ai morti e torturati nelle carceri libiche». —
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