L’assassino domani davanti al giudice
Ma il 32enne non parla. La Procura esclude colpe dei medici che l’hanno dimesso dalla clinica: «Un gesto inspiegabile»
Sarà interrogato domani in carcere, dove è detenuto sotto stretta sorveglianza. I carabinieri glielo hanno portato ieri poco prima dell’alba, dopo la decisione del sostituto procuratore Francesca Graziano di formalizzare l’arresto in flagranza per omicidio aggravato. Un presente, quello del carcere, che si tradurrà prima o poi nella detenzione in un ospedale psichiatrico giudiziario. Perché Mohammed El Fathi, 32 anni, originario del Marocco, era in cura ai Servizi di igiene ambientale, gravemente malato.
Tanto che ieri a Finale tutti erano ancora ad interrogarsi come sia stato possibile dimetterlo dalla casa di cura di Modena, domenica, e mandarlo a casa. Nella casa di Vicolo dei Grigioni dove ha colpito a morte la zia Khaddouj Hannioui. Decine di coltellate, una trentina si è detto, anche se il numero esatto potrà essere stabilito solo all’esito dell’esame autoptico che verrà completato presso l’istituto di Medicina Legale. Il fendente che ha ucciso la 50enne, in Italia da poche settimane per ricongiungersi al marito e al figlio, è quello che l’ha attinta alla gola, nel corso di un raptus che resta inspiegabile, indimostrabile. Perché l’assassino, quando era arrivata la zia, si era detto felice che ci fosse una donna in casa a fare da mangiare. L’unica spiegazione, anzi, che possa vagamente spiegare una reazione così violenta in una persona comunque malata è proprio in un diverbio sul pasto, dal momento che la vittima è stata aggredita mentre preparava la cena, a metà pomeriggio.
Riscontri non ce ne sono, nessuno, mentre su quelle dimissioni dalla clinica che tanto fanno discutere il magistrato ha disposto da subito l’acquisizione dei certificati. Mohammed tuttavia non era mai stato violento da far pensare al peggio, e non era neppure la prima volta che veniva ricoverato, anche se negli ultimi tempi era gravemente peggiorato. Avrebbe dovuto andare in Marocco qualche settimana fa con il padre operaio agricolo, ma il “male oscuro” alla fine ha prevalso sul desiderio di vedere la mamma, le sorelle e gli altri famigliari. Il padre lo aveva compreso il giorno che lo ha mandato a prendere le sigarette, sotto casa, alla tabaccheria di Piazza Verdi. Mohammed era scomparso, il genitore dopo averlo lungamente atteso lo ha cercato al telefono: «Sono qui seduto vicino al Lidl, non sto bene, vienimi a prendere...». E così è cominciato l’ultimo incubo, che presto si è tradotto nella lunga degenza a Modena, dove lo zio marito della vittima lo andava a trovare. Sembrava stesse meglio, è stato dimesso, ed invece è accaduto quello che evidentemente nessuno si aspettava.
Tanto da indurre ieri il Procuratore Lucia Musti ad una dichiarazione: «Il delitto di Finale è maturato all’interno di una famiglia unita ed in armonia, ben inserita nel contesto sociale. Il padre e lo zio dell’arrestato si sono sempre adoperati per le cure necessarie per fronteggiare la patologia psichiatrica che affliggeva il giovane. Quest’ultimo è sempre stato collaborativo alle cure e non si ravvisa incuria o responsabilità in capo al personale medico. Il folle gesto appare senza movente e senza spiegazione. La Procura tuttavia ha chiesto la convalida dell’arresto». Mohammed finora non ha parlato, chiuso in un quasi inconsapevole silenzio. L’udienza comunque la terrà il giudice Romito, alla presenza del difensore d’ufficio, nominato nella notte. Intanto dal Marocco sta per tornare il padre del 32enne arrestato. —
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