Quello scrigno forgiato in bottega per la serie-tv “Il nome della rosa”
Il fabbro Mazzini ha creato la copertina del libro “maledetto” «Lo considero un onore e un premio al lavoro quotidiano»
C’è anche un pezzetto di Pavullo dietro al successo della serie tv “Il nome della rosa” terminata lunedì su Rai 1, tratta dal bestseller senza tempo di Umberto Eco. Porta dritto a Sant’Antonio, nel laboratorio del fabbro Daniele Mazzini (titolare dell’omonima “Artistica”), a cui si deve uno dei più intriganti oggetti di scena.
L’editore modenese Franco Cosimo Panini, che ha realizzato per la produzione una ventina di libri miniati fedeli al 1327, l’epoca in cui è ambientata la storia, gli ha infatti commissionato la realizzazione della “copertina” in ferro battuto che protegge da occhi curiosi il “maledetto” secondo libro della Poetica di Aristotele dietro cui si nasconde tutto il giallo.
“SCRIGNO” DI ARISTOTELE L’oggetto (45 centimetri per 30) che “ingabbia” il volume che non deve essere letto è stato realizzato tra fine 2017 e inizio 2018 da Mazzini nella sua forgia alimentata a carbone con fedeltà storica assoluta: «Ho utilizzato tecniche antiche e solo strumenti manuali per foratura, piegatura e assemblaggio - spiega - chiodando fra loro le parti con borchie e fori fatti a caldo senza l’uso del trapano, così come si usava una volta, cercando di seguire in ogni dettaglio il disegno fornito dalla produzione. Doveva apparire in tutto e per tutto un oggetto medievale. Prima ho realizzato un prototipo, che è stato portato a Cinecittà per l’esame tecnico. Una volta avuto l’ok dalla produzione, ho realizzato l’opera nei due esemplari che sono stati poi utilizzati per le riprese. Ho cercato di fare del mio meglio: ringrazio ancora Franco Cosimo Panini per la fiducia che ha riposto in me».
TRA FORGIA E INCUDINE Del resto Mazzini è ormai un vero maestro nella lavorazione del ferro, tra i pochissimi non solo dell’Appennino ma di tutta la provincia a forgiare ancora a mano, dando forma all’informe. E da 32 anni ormai, sulle orme del padre Emilio con cui ha iniziato da ragazzino. L’abilità acquisita lo ha portato a collaborare con il gruppo “Fabbri nell’anima”, e a dare quindi manforte alla realizzazione di opere scultoree di grande rilevanza (tra le altre, a Fanano il monumento al mirtillo sulla rotonda d’ingresso al paese e, nel giugno scorso, la statua dedicata a Pavarotti) nonché a prendere parte al Campionato del Mondo di Forgiatura che si svolge ogni due anni a Stia (Arezzo) con maestri internazionali dell’arte.
Però di realizzare un’opera per un film non gli era ancora capitato, ed è stata una bella prova da affrontare: «Guardare la tv e rivedere quell’oggetto uscito dalla mia piccola bottega ora sotto gli occhi di milioni di persone mi ha suscitato una forte emozione - ammette - è stata una gratificazione immensa ogni volta che veniva inquadrato, sapendo anche che la serie è stata venduta in 136 Paesi di tutto il mondo. Sono cose che ripagano dei tanti sacrifici del mestiere». Di cui continua ad essere innamorato, nonostante sudori e fatiche: «Mi piace perché dà spazio a fantasia e creatività - racconta - ogni giorno tra forgia e incudine nasce qualcosa che non c’era prima, fatto con le mie mani colpo dopo colpo. Abbinando le tecniche del passato alle esigenze dei tempi moderni». —
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