Se un abito di scena diventa luogo perfetto dove far abitare i pensieri
É un periodo che per riflettere mi infilo nei cappotti. Non c’è abito migliore dove fare abitare i pensieri, qualche volta. Quello con il colletto di astrakan di Rosario La Ciura, erudito e anziano senatore che fuma sigari toscani e sputa spesso, è perfetto. Trapiantato da Aci Castello a una Torino che gli è matrigna, è uno dei personaggi del racconto “Lighea” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
L’ho incrociato grazia a “Sirena”, spettacolo interpretato da Luca Zingaretti, (che cura anche regia e adattamento drammaturgico del racconto), rappresentato al Teatro Comunale di Carpi con musiche del maestro Germano Mazzocchetti. In un momento in cui trionfa, arrogante, la somma delle differenze, e il risultato dell’operazione non è mai conforme alle parole “amore”, “fraternità”, “tolleranza”, dove il diverso è, per definizione, una diminutio da scansare, un pericolo da temere, un pensiero da scacciare, è stato davvero bello ascoltare il racconto di due vite sradicate, ma profondamente ricche, di ricordi, di profumi, di caldo nella fredda Torino, di una lingua colta e dialettale allo stesso tempo, e in fondo, di ambivalenze. Anche ancestrali. Che si incontrano. Quelle di Rosario La Ciura e di Paolo Corbèra, palermitano di origine, giovane redattore de “La Stampa”, sono voci diverse, che non sono un coro.
Grazie, in primis, a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che, Gattopardo a parte, qui ha sferzato una zampata feroce alla nostra coscienza, sia pure a lui postuma. Poi a Luca Zingaretti che in questo caso si è trasformato in un artista particolarmente attento a una causa, quella dell’amore, dell’amicizia, della cultura dei popoli e dell’identità degli uomini, che dovrebbe appartenerci come un precetto durante il giorno e accompagnarci, di notte, come una preghiera.
Se volete la magia, andate a teatro. “La Sirena”, ora in tournée, profuma di salsedine e rosmarino, sa di miele e ricci di mare. E siamo a Torino. Forse è solo il canto, vibrato a mantice, della fisarmonica.
Se volete la poesia leggete “Lighea”. Le parole saranno lì ad aspettarvi come cuccioli, purché siate disposti a farvi guidare dal racconto. É un periodo che per trovare una buona rappresentazione di noi stessi tocca infilarsi in un abito di scena. E agitare la coda. «Devo essere una sirena - diceva Anaïs Nin - non ho paura della profondità e ho una gran paura della vita superficiale». —
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