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LA DIFESA DEL LEADER SI COBAS 

«Estorsione? Per Aldo Milani fu solo una trappola malfatta»

C.G.
«Estorsione? Per Aldo Milani fu solo una trappola malfatta»

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Non c’è stata estorsione. Piuttosto contro Aldo Milani, leader dei Si Cobas - durante la durissima vertenza Alcar Uno (Gruppo Levoni) - c’è stata una «caccia» scattata per la «golosità della preda». Una «trappola preparata» ma «malfatta» che ha chiuso un’inchiesta «costruita sulla sabbia» tra indagini che poi hanno mostrato anche «elementi faziosi», scelti sulla base di «una selezione arbitraria». L'avvocato Alessandro Gamberini, uno dei principi del foro di Bologna, difensore di Milani con Marina Prosperi, piccona così davanti al collegio presieduto dal giudice Meriggi l'impianto accusatorio contro il leader nazionale del sindacato di base, imputato per concorso in estorsione ai danni dei fratelli Levoni. È un’arringa che si oppone alla requisitoria della pm Claudia Natalini che un mese fa aveva chiesto una condanna di Milani a due anni e quattro mesi, con l'attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale (i soldi della Cassa di Resistenza non erano per sé ma per gli scioperanti). Gamberini è partito dal finale spettacolare di questa indagine della Squadra Mobile di Modena: l’arresto di Milani dopo che Levoni aveva allungato la busta con 5mila euro al mediatore Piccinini. Sottolineando la fretta nel chiudere l’operazione dopo la consegna della busta, Gamberini ha citato le intercettazioni che riguardano il dirigente della Digos di Modena Marco Barbieri che annunciava entusiasta a uno dei Levoni l’arresto del leader Si Cobas («Come aver arrestato Lucio Lama ai tempi d’oro della Cgil, capisci?»): «Le parole di Barbieri della Digos- ha detto Gamberini - ricordano la modalità della caccia su una preda golosa». Si arriva alla consegna della busta nel chiacchierato video in presenza dello stesso Milani: «Nel passaggio di mani di Levoni a Piccinini non si dice “Vi dò”, come trascritto, ma “Ti dò”. C’è una bella differenza. I soldi vengono consegnati direttamente a Piccinini, che se li mette in tasca. Ma poi, nei brogliacci, non si fa cenno a quel che si è detto dopo, quando Milani parlava della trattativa sindacale». È a questo punto, secondo Gamberini, che si chiude la rete su Milani: «Una trappola malfatta, però, perché se fosse stata costruita bene si sarebbe atteso di capire se i soldi, effettivamente, fossero stati divisi o meno». E ancora: «Dalla denuncia dei Levoni emerge che Milani non ha manifestato atteggiamenti intimidatori nei loro confronti. Anzi, gli stessi Levoni si chiedono perché il coordinatore nazionale Si Cobas sia stato arrestato, immaginando che ci fosse dell'altro. Sono i protagonisti di questa storia- insiste il legale in aula- a escludere un coinvolgimento di Milani nell'estorsione».

L’arresto di Milani, avvenuto il 26 gennaio 2017, arrivò durante i mesi dei duri picchetti di Castelnuovo di fronte ai cancelli della Alcar Uno, ditta di lavorazione carni della famiglia Levoni che opera con appalti. Secondo l'accusa, Milani avrebbe estorto denaro ai Levoni insieme al consulente Danilo Piccinini (già condannato in abbreviato a 2 anni e 4 mesi) per depositarlo nella Cassa di Resistenza del sindacato, in cambio di uno stop agli scioperi (si è sempre parlato di una somma tra i 60 e i 90mila euro). —

C.G.

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