La storia di Ombretta «L’infanzia in carcere quella era la mia casa»
«Papà e mamma erano i custodi. I detenuti? Non cattivi» Le celle furono chiuse nel 1971. Ora ci sono uffici del Comune
«Sono nata in prigione a Sassuolo ma non da due genitori detenuti».
Ride Ombretta Bonettini, alla quale abbiamo chiesto di raccontare la sua storia “da galera”, perché il racconto riferisce la sua vita, figlia degli ultimi custodi del carcere mandamentale di via Fenuzzi, che oggi è in pieno centro.
Il carcere che venne creato nel 1859 e chiuso nel 1971, con Ombretta che visse all'interno di quelle mura i suoi primi ventun anni di vita, insieme a papà Ferdinando e la mamma, Angela Della Bulla.
«Voglio subito sgomberare il campo da luoghi comuni e chiacchiere: in carcere ho vissuto bene e per me anche i carcerati erano solo “persone”. Gente con la quale vivevo tutto il giorno e con la quale giocavo. Questi ultimi, pur gravati da pene di diversa entità, con me erano sempre disponibili nel farmi trascorrere un pò di tempo libero, nel cortile dove oggi c'è il parcheggio del Municipio. Ero la loro mascotte, diversamente dal rapporto che avevano con le mie sorelle, Carla e Mara, più grandi di 11 e 14 anni quindi meno disponibili a contatti con quelle persone».
Quanta gente c'era detenuta all'interno, in quegli anni?
«A seconda dei mesi – continua - da un minimo di due, tre fino ad oltre una ventina. Mio padre trascriveva le presenze in un calendario per fare i conti a fine mese e farsi pagare il vitto, visto che cucinava la mamma».
Ricordi su qualche individuo particolare, magari pericoloso, che veniva tenuto in isolamento o qualcosa del genere?
«Non ne ricordo ma credo che, se ce ne fossero stati, li avrebbero tenuti all'interno della caserma dei carabinieri, che era a fianco. Piuttosto, ricordo bene che a farmi imparare ad andare in bicicletta furono proprio loro: i carcerati».
Il carcere confinava, come detto, con la caserma dei carabinieri ma era condiviso con il Comune (dov'è tuttora la sede centrale) nei suoi uffici principali. Poi c'era la sede della Sip, la società dei telefoni, dismessa qualche anno dopo e che poi negli anni è diventata Telecom.
Un'altra particolarità che riguarda Ombretta Bonettini è quella che non ha mai cambiato strada nel suo domicilio. Dopo la chiusura del carcere, infatti, ha fatto pochissimi passi per andare ad abitare di fronte, al civico 24, quando ha sposato Domenico Ferrari, purtroppo scomparso lo scorso anno a causa di una malattia, che lì abitava con la sua famiglia.
«Sto in via Fenuzzi da 69 anni – conclude la donna – e sono contenta anche che la storia del carcere sia diventata un libro che è stato presentato di recente, ed a cui ho dato anche il mio apporto di ricordi e cimeli, che sono in mostra per qualche tempo in municipio».
«L'idea - conclude - fu di Serena Lenzotti, presidente del consiglio comunale; mi piacque e poi c'è stato l'interessamento di Paola Gemelli e Daniel Degli Esposti che hanno materialmente portato avanti la ricerca e scritto il volume, che ha già riscosso un buon riscontro e gradimento dai tanti sassolesi». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
