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“Wallah”, migranti raccontano l’odissea tra deserto e barconi

Daniele Montanari
“Wallah”, migranti raccontano l’odissea tra deserto e barconi

Al cinema i richiedenti asilo salgono sul palco e commuovono con le loro storie «Abbiamo lasciato l’inferno, cerchiamo una vita migliore: vogliamo sdebitarci» 

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«Ho dovuto lasciare la mia terra, i mie affetti, le mie abitudini per cercare una vita migliore in Italia. So che non sarà facile, ma voi non avete idea di quali condizioni ci siano in Africa». Con queste poche parole il senegalese Semy ha fotografato tutto il dramma che c’è dietro l’emigrazione. Lo ha fatto mercoledì sera al Mac Mazzieri di Pavullo nell’evento organizzato dalle Parrocchie in collaborazione con Comune in occasione della proiezione del documentario “Wallah, Je te jure”. Già questo ha avuto la sua presa, nella sala affollata (presente anche l’assessore Ongari e il sindaco Biolchini).

Quando tre profughi ospiti da tempo sul territorio (assistiti da Caleidos) sono saliti sul palco per raccontare la loro di storia (in un italiano già ottimo), l’impatto è stato decisamente forte. «Come Parrocchia, abbiamo chiesto loro di condividere con noi qualcosa della loro esperienza per conoscere le cose dalla fonte, non per sentito dire - ha premesso Francesca Cintori - nella convinzione che solo interfacciandoci direttamente con queste persone si possa capire davvero cosa significa partire per un paese lontano che nella maggior parte dei casi si conosce solo per sentito dire».

SEMY, DAL SENEGAL

Il primo è stato il 23enne Semy appunto, che ha lasciato il Senegal nel 2016. «Ero un bracciante agricolo, cercavo una vita migliore - ha spiegato - così ho pagato 100 franchi Cfa per raggiungere la Libia attraverso il Niger, insieme ad altri. Abbiamo attraversato il deserto sul cassone di un pick-up, per una settimana. Appena arrivati in Libia, ci siamo accorti che ci avevano già venduti ai militari: scaricati, ci hanno coperto con dei teli e portati nel campo prigionieri dove ci hanno chiesto dei soldi che non avevamo per uscire. Dormivamo per terra, chi protestava veniva colpito col calcio del fucile. Dopo 10 giorni sono scappato per Sabha e poi Tripoli, dove ho fatto per 4 mesi lavori domestici per guadagnare i mille dinari (1 dinaro libico = 0,64 euro) che chiedevano per la traversata in mare verso l’Italia. Siamo saliti in 140 su un gommone di 12 metri, il mare dopo un po’ è andato in burrasca... Ci ha salvato la Marina italiana. Grazie per l’accoglienza che ho trovato qui, mi sembra di toccare il cielo con un dito. Voglio studiare e lavorare, voglio sdebitarmi per quello che mi avete dato».

ERNEST E DRAMANE

È seguito Ernest, anche lui 23enne, ma dalla Nigeria. «Se uno sta bene, non può scappare dalla sua terra - ha premesso - Io ho cercato una vita migliore prima in Libia, lavorando per i bianchi. Ma ho capito che lì un nero non era al sicuro. Mi hanno consigliato di partire per l’Italia le persone stesse per cui lavoravo, mettendomi in contatto con un loro amico. Sono partito su un barcone salvato dal naufragio, sono arrivato a Brindisi. Quello che vi voglio dire è che noi siamo umani come voi: abbiamo le stesse feste che avete voi nel calendario, anche San Valentino. Non siamo qui per giocare col telefonino e girare per strada, come qualcuno dice. Io sono qui per studiare e lavorare».

Quindi Dramane, 25enne del Mali, che si è dovuto interrompere più volte per l’emozione: «Non crediate che si decida alla leggera di rischiare la vita prima nel deserto e poi nel mare - ha detto - di stare giorni senza mangiare, di finire nei campi prigione: ci sono dei motivi che costringono a partire e ad abbandonare le nostre famiglie. Alcuni italiani pensano che siamo qua per fare del male, ma non è vero. Siamo qui perché stiamo cercando di salvarci». —

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