«Contro il caporalato leggi avanzate e controlli ai centri d’accoglienza»
A Modena il fenomeno illecito riguarda sia l’agricoltura sia la macellazione delle carni «Il tema è affiorato insieme al processo Aemilia»
Leggi più avanzate contro il caporalato, evitare i prodotti sottocosto, perché se il prezzo è eccessivamente basso, alla base c’è lo sfruttamento del lavoro. Ancora, stretto monitoraggio del territorio e tavoli istituzionali per setacciare i rapporti tra centri d’accoglienza straordinaria e manodopera straniera sfruttata. Questa la ricetta del sociologo e ricercatore Eurispes Marco Omizzolo, il quale ha subito minacce e intimidazioni a causa dei suoi studi e delle indagini sul campo, relative al tema del caporalato. Omizzolo sarà a Modena giovedì, dalle 15, al dipartimento di Giurisprudenza, per discutere di “Vecchi e nuovi mercati del caporalato”. Si tratta del terzo incontro organizzato dal Comitato unitario dei professionisti, dal Magis (Centro studi mafia e antimafia e giustizia sociale) e Libera Radio. Oltre a Omizzolo, relatori saranno il segretario regionale Cgil Mirto Bassoli, in rappresentanza anche di Cisl e Uil e dell’antropologa Stefania Spada.
Omizzolo, che cos’è il caporalato?
«È un’organizzazione criminale che comprende la figura del caporale, un intermediario che recluta manodopera, spesso migrante, ottenendo un vantaggio economico illecito. Si tratta di molto di più di un modello economico, è un sistema di potere che si è allargato anche in Emilia a causa dell’arretramento dello Stato».
Quanto è esteso il fenomeno?
«I dati Eurispes parlano di 25 miliardi all’anno per il business delle agromafie in Italia. Oltre 133mila lavoratori, poi, lavorano in condizioni di grave sfruttamento lavorativo. Si va da Rosarno, fino all’Emilia e al Centronord che, ovviamente, non è esente dal fenomeno».
In Emilia Romagna come è concentrato il fenomeno?
«In Emilia riguarda sia la filiera agricola, sia la macellazione suina. In quest’ultima fililera si ritrova soprattutto lo sfruttamento di manodopera migrante. In alcuni casi il sistema è molto sofisticato e articolato, costituito da diverse società che sottraggono milioni. In Emilia, inoltre, si assiste allo sfruttamento lavorativo presente in piccole imprese che, da un lato, sono strozzate dalla grande distribuzione, dall’altro, sono a loro volta sfruttatrici. Il tema è emerso in modo parallelo al processo Aemilia».
Che ruolo ha l’accoglienza in tutto ciò?
«C’è una relazione molto stretta tra “mala accoglienza” e caporalato. Il decreto sicurezza di questo Governo ha consolidato il rapporto tra sfruttamento, caporalato e centri di prima accoglienza».
Con Aemilia è emerso in modo eclatante che il nostro territorio non è dotato di quegli anticorpi che il nostro territorio pensava di avere. Cosa fare per arginare fenomeni gravi come il caporalato?
«I cittadini possono fare molto, evitando, ad esempio, di acquistare prodotti a bassissimo costo, frutto senza dubbio di sfruttamento del lavoro. Incentivare la produzione bio: di per sè non è garanzia di mancanza di sfruttamento, ma risulta più difficile. Servono controlli serrati nei centri di accoglienza straordinaria e leggi avanzate». —
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