Gazzetta di Modena

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STUDENTESSA UNIMORE 

Samar: «La Libia è nel caos Che illusione le “piccole paci”

Gabriele Farina

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«La Libia è in balia del tribalismo e dell’anarchia. Le potenze europee e l’Onu considerino la figura del figlio di Gheddafi». Samar Zaoui vive e studia a Modena, ma è nata in Tunisia, a pochi chilometri dal confine libico e dai luoghi in cui infuria la guerra civile. «Oggi ci mettiamo un po’ tutte le vesti di chi può valutare la politica libica nell’istante in cui la notizia viene a galla – ha criticato la studentessa Unimore – concentrandosi su un solo fatto, commentandolo e poi buttandolo nel dimenticatoio». Durante i periodi in cui è tornata in Nord Africa, la studentessa ha osservato l’evoluzione costante di una crisi oggi divampata con ferocia. «All’epoca Gheddafi fu un personaggio incontrastato per potenza, forza e capacità intellettuali – ha proseguito Samar –. In Libia v’erano resistenze periodiche che venivano represse, soprattutto in Cirenaica. Durante le rivolte Gheddafi fu coperto d’insulti finché non è stato assassinato. La sua morte è stata una scelta strategica pessima perché priva di scopo. Lo disse anche il vescovo italiano in Libia, Giovanni Innocenzo Martinelli. Una conferma che all’epoca il regime lasciava ampie libertà alle comunità locali. La Libia è un Paese ricchissimo di risorse petrolifere e di acqua. I libici possedevano un reddito pro capite simile a quello europeo, addirittura più elevato di quello dei sudafricani. Ed è questo il Paese che ho conosciuto fin dall’infanzia. Un regime che durò per 42 anni e che Gheddafi riuscì a plasmare e tenere sotto controllo 140 tribù diverse tra loro. Un’impresa oggi apparentemente impossibile».

Una prova sembra la guerra civile in atto tra le truppe fedeli al governo nazionale di Fayez al Sarraj e le milizie di Khalifa Haftar.

«L’Onu crede che con piccoli accordi di pace si possa frenare la situazione disastrosa che va avanti da più di cinque anni – ha aggiunto la studentessa – e nel 2015 ha affidato all’Italia la gestione della sicurezza, in quanto Stato europeo più vicino alla Libia e in virtù dei legami storici di colonialismo. Le superpotenze mondiali cercano di riconciliare le più grandi città libiche: Tripoli, Misurata, Tobruch e Bengasi. Finora non ci sono riusciti, non perché non ci sia una strategia, ma perché prima di tutto è difficile mettere insieme i grandi blocchi delle 140 tribù. Ognuno di essi possiede direzioni politiche diverse e il potere non è in mano solo a queste quattro città principali. Infatti, dopo la caduta di Gheddafi le 140 tribù libiche si sono consolidate e militarizzate, creando piccoli Stati con la certezza di poter utilizzare la ricchezza delle rispettive aree».

La studentessa ha lanciato dunque un appello all’Unione Europea e alle Nazioni Unite per una soluzione pacifica con il coinvolgimento di Saif Al Islam Gheddafi, figlio dell’ex presidente.

«Durante il regime stava in prima linea con il padre – ha concluso Samar – e per certi versi era molto più avanti. Ha tre lauree e caratteristiche di leadership valide. Aveva deciso con l’assenso del padre di creare la prima Costituzione libica, un’opzione oggi valida più che mai. Inoltre, comprende la necessità della Libia di considerarsi una nazione. Il Paese ha bisogno di un processo di nazionalizzazione per considerarsi un popolo unico. In caso contrario, il rischio è una disintegrazione del Paese, come in Somalia». —



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