Gazzetta di Modena

Modena

Renato Gherardini racconta la liberazione 

«Così mi sono salvato dai fucili dei tedeschi»

GIB

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«La guerra è fame e dolore». Renato Gherardini è nato nel 1930 e quando Modena è stata liberata aveva 15 anni.

«Ero in città durante quei giorni. Ho visto arrivare le forza americane con i partigiani di Nonantola. Ho visto, all’incrocio della Crocetta, un carro armato colpito da un panzerfaust tedesco che è rimasto per due giorni abbandonato lì con dentro i cadaveri dei soldati».

Renato ricorda con estrema lucidità gli avvenimenti, che lo hanno coinvolto in prima persona: «Quindici giorni prima della liberazione, ci fu un attentato a un ufficiale tedesco. Non andò a buon fine, tanto che uno degli autori morì e l’altro fuggì. Testimoni riferirono che avevano una tuta da lavoro e quindi i soldati tedeschi vennero dall’artigiano dove io lavoravo. Avevamo tutti la tuta e quindi decisero che il colpevole era uno di noi. Ci misero al muro e non ci fucilarono solo perché i soldati decisero di attendere l’arrivo del maggiore, che aveva già ucciso l’altro partigiano ricercato e quindi ci risparmiò. In quel momento avevo capito che non potevo gridare “Viva l’Italia”, perché quella era l’Italia delle ingiustizie». Il messaggio per i giovani è chiaro: «Il fascismo era una imposizione e la guerra era fame, era bombardamenti e una serie di sacrifici che oggi i ragazzi fanno fatica anche solo a capire. E a chi non festeggia il 25 aprile dico che certe nostalgie sono pericolose e fanno male soprattutto al sacrificio di coloro che ci hanno permesso di avere una Costituzione». —

GIB

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