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LA SENTENZA

Operata: mangiare è un inferno «Risarcite anche i familiari»

Carlo Gregori
Operata: mangiare è un inferno «Risarcite anche i familiari»

Il giudice condanna l’Ausl per un intervento in laparoscopia con danni all’esofago «Sofferenze per la paziente e per i suoi cari costretti ad aiutarla ad ogni pasto»

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Non poter più ingerire i bocconi di cibo da soli a causa di un intervento con conseguenze gravi allo stomaco costituisce un danno non solo per il paziente ma anche per i familiari che lo dovranno aiutare ad ogni pasto. È una situazione, nel rapporto con i propri cari, che compromette qualsiasi relazione normale e, col tempo, crea sofferenza e dinamiche «che si manifestano in maniera odiosa». Per questi motivi il Tribunale Ordinario di Modena ha condannato l’Ausl a risarcire non solo la paziente che ha riportato lesioni alla zona dello stomaco e dell’esofago ma anche il marito e i figli.

L’intervento, al centro di questa causa civile durata cinque anni, risale al marzo 2011. Una modenese è stata sottoposta a Baggiovara ad un’operazione di “miotomia di tipo Hellar Door extramucosa per via laparoscopica”. In sostanza, il chirurgo ha operato in laparoscopia sul tessuto in direzione dell’esofago toracico. Ma il risultato è stato terribile. Il motivo è che il “device” laparoscopico utilizzato ha provocato una lacerazione della mucosa esofagea che, oltre alle complicanze infettive, ha comportato la difficoltà estrema a ingerire cibo con danni permanenti e lunghi mesi di inabilità. L’Ausl ha sempre sostenuto che la colpa non è dei suoi chirurghi ma della casa produttrice del dispositivo risultato difettoso nel cappuccio isolante (non si avvitava bene). Ma il giudice scarta queste responsabilità perché «non c’è prova che la prestazione sia stata resa impossibile da una causa imprevedibile e inevitabile». Gli operatori dovevano controllare lo strumento prima di usarlo e tenere conto delle condizioni del cappuccio, anche se non c’era un manuale di istruzioni. Dato che il danno non è in discussione, resta da capire come quantificarlo. Il giudice basa il calcolo dalla pura e semplice alterazione funzionale dell’organismo arrivando a definire le conseguenze della «sfera morale» e gli «incidenti sul piano dinamico relazionale della sua vita». Il danno ha creato infatti nella paziente la necessità di essere aiutata ad assumere e deglutire il cibo «che rende del tutto plausibile immaginare che la convivenza con questi postumi sia più difficile di quella sperimentata da soggetti della medesima età e con postumi di entità analoga».

Per il giudice «si tratta dell'incisione permanente su un'attività di cui, ogni giorno, non è possibile fare a meno, cui sono legati gli aspetti più comuni e basilari della socialità e che si presta a suscitare le memorie più gradevoli». «Non viene in gioco dunque la perdita della possibilità di praticare un hobby o di svolgere attività sostituibili; le conseguenze sul piano della sofferenza interiore e sul piano delle dinamiche relazionali si manifestano in maniera più odiosa che in casi analoghi, tenuto conto, altresì, che le due dimensioni tendono a raccordarsi e a moltiplicare la sofferenza nel loro reciproco rimando», conclude il giudice. Di qui il risarcimento dei danni non solo alla paziente ma anche ai familiari. —

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