Il Duca del balsamico compie 90 anni Grosoli: «Quante battaglie per l’oro nero»
I ricordi dell’imprenditore: l’export, i tribunali, le certificazioni, le alleanze e le diffidenze con Fini, Federzoni e Giusti
Adriano Grosoli se le ricorda bene quelle domande alle prime uscite estere del suo aceto balsamico: “Is this wine?”. E tutt’oggi sorride ripensando alle reazioni dei clienti: «Rispondevo che era “Balsamic vinegar”, seguiva un’espressione esterrefatta come parlassi di uno sconosciuto e allora raccontavo la storia di come si produce da secoli nell’area di Modena, la tecnica, come mangiarlo. E così il balsamico entrava nelle loro cucine come ambasciatore del made in Italy».
Domani il titolare della storica azienda di Spilamberto “Aceto Balsamico del Duca” compie 90 anni e il racconto della sua vita è la storia di come il mondo abbia conosciuto l’oro nero, delle difficoltà legislative che hanno accompagnato questa impresa che deve la sua straordinaria riuscita ai fantastici quattro Giorgio Fini, Elio Federzoni, Giuseppe Giusti e Adriano Grosoli. Sono loro che negli anni Sessanta - con le rispettive aziende - guidarono il passaggio dell’aceto balsamico dalle cantine domestiche al mondo dell’industria, trasformandolo così in un’eccellenza del made in Italy: «I rapporti tra di noi erano di diffidente cooperazione, avevamo capito di avere tra le mani un prodotto prezioso, da tutelare e da far conoscere al grande pubblico dei consumatori mondiali - ricorda Grosoli, l’unico rimasto in vita del quartetto degli imprenditori - Eravamo sia squadra che concorrenti: squadra nei confronti del grande mondo esterno, concorrenti nel piccolo mondo di Modena».
Classe 1929, a seguito della guerra Grosoli è chiamato ad occuparsi dell’azienda di famiglia fondata nel 1891 dal nonno Adriano e insignita della medaglia d’oro all’Expo di Genova nel 1927. La Premiata Salumeria si occupava della vendita di specialità alimentari di sua produzione, dai salumi alle carni, dal Parmigiano Reggiano al Lambrusco, fino all’Aceto Balsamico, il prodotto su cui Grosoli decide di puntare: «Le difficoltà erano su tanti fronti - spiega - il balsamico era conosciuto solo nell’area intorno a Modena e in qualche nicchia di mercato estero, mentre il resto dell’Italia conosceva e utilizzava solo l’aceto di vino».
C’era poi il problema legislativo che trattava il balsamico come un aceto agro di vino, quello della lingua e delle norme in fase di export, le difficoltà di trasmissione dei documenti e delle descrizioni con immagini dei prodotti tramite posta: «Quando mi fu proposto il Videotel della Sip mi sembrava di aver acquistato un pezzetto di futuro che avrebbe semplificato la vita; sappiamo bene poi come è andata».
Le richieste aumentano, la promozione nelle fiere di tutto il mondo funziona, le prime aziende produttrici si attrezzano. Ma non è tutto in discesa: «Il periodo più difficile fu quando un’azienda si oppose in giudizio al Decreto che specificava che l’Abm si produceva a Modena, ottenendo così la temporanea autorizzazione a produrre Aceto Balsamico di Modena a Napoli - ricorda Grosoli - Da quell’attimo di scoramento è però scaturita la reazione dei pochi produttori di allora, appunto il sottoscritto con Fini, Federzoni e Giusti, e per difendere la territorialità ci siamo dapprima uniti per la battaglia giudiziaria e poi concepito l’idea del primo Consorzio di Tutela dell’Abm che poi ha presentato domanda per la registrazione come IGP (Indicazione Geografica Protetta, ndr)».
Oggi alla guida del Consorzio di Tutela c’è sua figlia Mariangela, che con la sorella Alessandra gestisce l’azienda di famiglia che domani si riunirà per festeggiare i 90 anni di Adriano: «Ma il nostro lavoro non è poi cambiato così tanto - conclude - La nostra storia, la promozione, la tutela rispetto a prodotti imitativi restano i capisaldi a cui ancora oggi non possiamo venire meno». —
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