«Io, laureato e precario nelle biblioteche comunali»
Paolo Pederzini, tramite una cooperativa, vi ha lavorato per due anni: «Nessuna certezza e paga da 7 euro l’ora: così si svendono i servizi pubblici»
«Ho lavorato per le biblioteche comunali di Modena da settembre 2016 a luglio 2018 e non come dipendente comunale, ma della cooperativa che gestiva in appalto quel servizio. Non ho mai conosciuto chi decideva il mio lavoro. La paga era di 7 euro netti all'ora circa: dopo un anno e mezzo di “zero euro”, mi sembravano miliardi. Che ingenuo!».
Inizia così una lunga lettera aperta di Paolo Pederzini, ex dipendente di una cooperativa ed ex addetto nelle biblioteche. Pederzini, candidato di Modena Volta Pagina, si inserisce nel dibattito riguardante l’ultimo bando sulla gestione delle biblioteche comunali, vinto con l’offerta più bassa dalla coop Le macchine Celibi di Bologna. Quello di Pederzini è un lungo resoconto delle difficoltà affrontate da un addetto di una cooperatica: «Parto con un contratto da 20 ore settimanali, 500 euro mensili, e mi assicurano che potranno aumentare». Le cose per Pederzini, laureato, non vanno bene: «È frustrante. La mia laurea non serve a nulla, ma al momento non ho offerte più vantaggiose, perciò cerco di inserirmi nel migliore dei modi in quel microcosmo». Quando il contratto scade, per Pederzini inizia il terribile iter che tocca a tutti i precari: «A fine dicembre scade il primo contratto. Visto che mi sono comportato correttamente, la coop mi propone una proroga del contratto, ma più breve del precedente e a metà ore settimanali garantite. Provo a protestare, ma la risposta è: “...eh sai non ci sono abbastanza ore per tutti”».
Pederzini cerca lavoretti per arrotondare, ma che mal si coniugano con le chiamate all’improvviso: «Mi viene fatto capire che un part-time deve garantire la disponibilità, sempre. Provo a dire che la reperibilità deve essere retribuita, ma sono parole al vento. Nel conteggio delle ore vedo che ne faccio spesso più di 10 a settimana. Scopro allora un trucchetto della cooperativa: ti fa firmare un contratto con il numero minimo di ore settimanali, te ne fa fare molte di più, e la differenza te la liquida dopo 3, 4 anche 6 mesi».
Poi Pederzini proroga nuovamente, accettando tutte le mansioni e raggiungendo le 50 ore settimanali, tenta di ottenere, invano, un contratto a tempo indeterminato: «La mia responsabile, che non ho mai visto, mi risponde che sono presuntuoso a chiederlo dopo poco più di un anno, c’è gente che aspetta da più tempo. Ecco la guerra tra poveri, di cui si parla tanto. Ripiego sulla richiesta di un monte ore alto, ma è negato: per il 2018 15 ore a settimana, basta così».
A quel punto decide, tramite l’aiuto della famiglia, di sostenere gli esami singoli in giro per l’Italia, riducendo al minimo la sua disponibilità per la cooperativa nel quarto contratto part.-time ottenuto a gennaio 2018. A maggio la beffa, per un errore della coop gli è stato assegnato erroneamente il bonus Renzi e che quindi dovrà restituire 960 euro allo Stato. A quel punto si dimette: «A novembre 2018 ottengo una supplenza in una scuola superiore di Modena. Prendo 1600 euro al mese. Ho un contratto che mi tutela enormemente di più di quello della cooperativa. In classe, trovo educatori e tutor dipendenti di una coop. Prendono circa 1000 euro al mese e certi colleghi li trattano come inferiori. Così come succedeva a me. Nel tempo trascorso nelle biblioteche ho capito quanto sia fondamentale un servizio pubblico e gratuito come questo. Ma con un stipendio da fame e le condizioni di lavoro ai limiti del caporalato. Se non avessi avuto la mia famiglia sarei potuto fuggire dalla cooperativa? Temo di no. Perché svendere i servizi pubblici a cooperative o altre ditte private che non hanno interesse a migliorare il servizio e la società, a creare una comunità, ma che puntano al loro profitto? Il problema non sono le risorse, ma le scelte politiche con cui si permette a una parte di guadagnare e arricchirsi sulle spalle di tanti giovani e meno giovani costretti ad accettare qualsiasi lavoro per vivere». —
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