Gazzetta di Modena

Modena

Emotion

Chicco Evani, autobiografia di un anti-eroe diventato una leggenda del Milan

Maria Vittoria Melchioni
Chicco Evani, autobiografia di un anti-eroe diventato una leggenda del Milan

Domani alla libreria Ubik. Scritto insieme a Lucilla Granata “Non chiamatemi Bubu” viene presentato con Sacchi e Pincolini ospiti d’eccezione

3 MINUTI DI LETTURA






MODENA  È il 17 dicembre 1989. Al National Stadium di Tokyo si gioca la finale della Coppa Intercontinentale tra Milan e Atlético National di Medellin. Il cronometro segna il 119° minuto, l’ultimo dei tempi supplementari. Sulle panchine stanno già iniziando i preparativi per stilare le liste dei rigoristi, quando viene fischiata una punizione per i rossoneri.

«Mi sono avvicinato al pallone lentamente, mani sui fianchi, testa bassa, concentrato. Respiro. Rincorsa breve …gol!!». Chicco Evani ricorda così, a trent’anni di distanza, l’attimo che l’ha consacrato tra le leggende del Milan, lui uomo schivo, di poche parole, giocatore concreto. Questo e altri aneddoti, ma anche molto del suo vissuto personale, Chicco l’ha voluto condividere nella sua autobiografia “Non chiamatemi Bubu” edita da Mondadori e scritta a quattro mani con la giornalista Lucilla Granata.

L’ex centrocampista del Milan, ora braccio destro di Roberto Mancini in Nazionale, presenterà il suo libro domani pomeriggio alle 18.30 alla libreria Ubik di via dei Tintori 22 a Modena, in compagnia della sua co-autrice e di due prestigiosi ospiti: Arrigo Sacchi e Vincenzo Pincolini. Un libro intimo, che è stata una sorta di terapia per l’autore da sempre allergico ai riflettori e agli atteggiamenti da star: «Non so perché ho deciso di scrivere un libro ma so di averlo fatto senza pormi dei limiti, perché chi scrive ha il dovere di non porsi limiti. Mille volte ho scritto e cancellato, perché i miei racconti mi sembravano banali o poco interessanti, poi però ho pensato che stavo sbagliando a voler ricercare la perfezione, perché la perfezione non esiste e soprattutto non è reale.

Quello che ho fatto c’è scritto su Wikipedia, quello che sono ho cercato di scriverlo qui». Lucilla Granata si è occupata di tessere la trama dei ricordi personali di Chicco con i fili dorati dei suoi successi professionali: «Nella vita apprezzo sempre più gli anti-personaggi e Chicco è uno di essi. Il calcio è spesso popolato da gente che ha poco spessore umano e tanta boria. Evani invece ha avuto un profondo valore umano oltre a quello professionale sul campo, ma nessuna voglia di apparire.

Questo suo atteggiamento schivo l’ha però in parte penalizzato perché non ha mai fatto sì che si percepisse in pieno chi ci fosse dentro a quella maglia». Dello stesso avviso Arrigo Sacchi, suo allenatore al Milan ed in Nazionale, autore della prefazione del libro: «Ho avuto il piacere e l’onore di allenare una grande persona, un uomo con valori e un giocatore eccellente e generoso. Un professionista di altissimo livello e ora anche un ottimo tecnico. L’essere introverso e timido non gli ha permesso subito di esprimere il potenziale che era dentro di lui, per me è stato una garanzia di valori tecnici e umani». Alberico con la C di Como e non con la G di Genova, ma anche Chicco San dopo l'exploit giapponese ma soprattutto Bubu, un soprannome che si porta dietro dal suo primo giorno a Milanello datato 1977 quando, allora quattordicenne, frequentava il collegio riservato ai ragazzi delle giovanili rossonere: «Mi presentai con un taglio di capelli a caschetto che, per i miei compagni mi faceva assomigliare a Bubu l'orsetto amico di Yoghi, e da quel giorno non me lo sono più scrollato di dosso. Ma vi faccio una confidenza: detesto essere chiamato Bubu. È un nomignolo che i tifosi usano con affetto, per questo ho sempre taciuto, ma m’infastidisce. Quando qualcuno mi chiama così m’incupisco. Mi piace Chicco, me lo sento mio, mi appartiene. Sono Chicco. Non chiamatemi Bubu». —
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google