«Si creano nuovi spazi anche senza costruire»
L’architetto Michele Zini sulle sfide del futuro: «Vaciglio? Si è persa l’occasione di far crescere l’intelligenza collettiva della città. Ambiente e design sono decisivi»
Urbanizzazione sì, ma… debole. Che non vuol dire che i progetti siano poco interessanti, ma, al contrario, che quello che si costruisce si può anche rimuovere, con tutto quello che ne consegue a livello ambientale. E poi ci sono i sistemi ambientali, che permettono di creare un nuovo ambiente all’interno di un contenitore già esistente. Creare nuovi spazi da vivere, insomma, non significa necessariamente costruire: ne è convinto Michele Zini, architetto modenese e fondatore dello studio di progettazione Zpz Partners.
Zini, è fondamentale creare nuovi ambienti senza consumare territorio: che cos’è l’urbanizzazione debole?
«E’ un’urbanizzazione reversibile. Personalmente ho iniziato nel 1995 a lavorare in questa direzione con Andrea Branzi e altri colleghi nei master in Domus Academy. Così, per tre anni abbiamo fatto ricerca su sistemi alternativi alla cementificazione, producendo 15 progetti di ricerca su come abitare un pianeta in emergenza. Abbiamo progettato peun sistema di strade reversibili per lo Stato della California, applicando tecnologie militari per l’urbanistica civile. Però bisogna uscire dalla banalizzazione tipica dei social: qui non si tratta di bloccare l’architettura. Più che di consumo di suolo si dovrebbe parlare di cattivo uso del suolo: dobbiamo cambiare il consumo delle risorse del pianeta, e per fare questo occorre cambiare sistemi di vita, ma questo non vuole dire fermarsi, bensì mettere in atto un sistema di scelte progettuali».
Da dove bisogna partire?
«Innanzitutto nelle città si può incentivare la sostituzione edilizia, rendendola più conveniente per gli investitori. Si può fare senza compromettere la complessa questione della tutela dei centri storici, ma anche delle architetture di qualità del contemporaneo. E si può operare nelle grandi trasformazioni sulla periferia. Le tipologie spesso cambiano, muoiono le vecchie e ne emergono altre: le tecnologie, i cambiamenti sociali e produttivi generano nuovi bisogni e le vecchie architetture specializzate non servono più. Oggi sono da riconvertire distese di uffici dismessi, edifici produttivi, e in futuro anche i grandi ipermercati, il cui format sta entrando in crisi. Si può procedere in modi diversi».
Faccia qualche esempio.
«A Modena, dopo aver vinto il concorso internazionale, stiamo progettando il nuovo centro ricerca e sviluppo di Tetra Pak. Inizialmente si prevedeva di realizzare un parcheggio multipiano all’interno di un edificio industriale dismesso, trasferendo così il parcheggio esistente, raddoppiando i posti auto ed eliminando le auto dalle strade. Per motivi strategici, si è scelta una seconda opzione, ma dallo stesso valore ambientale: il nuovo edificio (non più un parcheggio, ma un centro ricerca e sviluppo) si realizza demolendo quello esistente, ma costruendo un edificio “leed gold”, non solo a emissioni zero, ma con gli accorgimenti evoluti per la salvaguardia dell’ambiente, dalla raccolta differenziata durante le demolizioni alla gestione delle acque, dalla filiera di provenienza dei materiali allo studio delle rifrazioni delle luci interne, che influenza le scelte cromatiche per un uso appropriato dell’energia».
Ma demolire è necessario per riutilizzare uno spazio?
«No, ci sono diverse strategie per il riuso degli spazi dismessi senza demolire. Credo che il design dei servizi sia uno degli strumenti per la progettazione del nostro ambiente del futuro e che l’architettura sia solo una componente di un sistema abitativo, non più l’unico protagonista. Un ruolo importante è quello dei “sistemi ambientali”, elementi che generano spazi interni dentro il contenitore architettonico, staccandosi e restando indipendenti da esso sia per forma che per tecnica costruttiva. Elementi che permettono una ri-funzionalizzazione continuativa degli interni esistenti, venendo incontro alla esigenza di flessibilità che l’architettura fatica ad assecondare. Questi criteri li applichiamo per la progettazione degli uffici, ma sono efficaci in tutti gli spazi, in particolare per l’apprendimento: Il Centro Loris Malaguzzi di Reggio, un concorso vinto tanti anni fa insieme allo studio di mio padre Tullio, organizza funzioni innovative negli 11mila metri quadrati della ex-Locatelli. Centro di documentazione, scuola sperimentale, ristorante, auditorium, uffici, mostre… in 15 anni le funzioni si sono evolute grazie a riprogettazioni dei sistemi ambientali, senza modificare gli edifici che sistemammo 15 anni fa».
Ma intervenire sui terreni agricoli, oggi, si può?
«Si può, ma non si dovrebbe intervenire su un territorio agricolo con le stesse logiche di quello urbano. Come presidente della Commissione qualità di Modena vedo invece investitori che cercano di trasformare borghi rurali in condomini, con appartamenti di piccolo taglio infilati a forza, come un cubo in una sfera, in edifici con tipologie rurali. Si può intervenire nel territorio agricolo se lo si rispetta, se si usa il linguaggio adeguato, oppure quello della natura e non quello dell’edilizia, anche a parità di superficie. Non è facile: si tratta di concentrare la ricerca progettuale verso linguaggi diversi da “casa-giardinetto privato-marciapiede-cancello-cassonetto-autobloccante-finiture di pregio”».
A Vaciglio l’idea di base non sembra essere quella…
«L’area è la porta sud della città, e meriterebbe una riflessione generale su come abitare nel prossimo futuro: occorre una visione e un progetto di grande qualità architettonica. Purtroppo ora il mercato sembra richiedere (o proporre?) solo palazzine residenziali, e pur con l’apprezzabile recente sforzo pubblico di mitigazione di impatto, si è persa l’occasione di fare crescere l’intelligenza collettiva della città». —
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