Giovagnoli, nuovo procuratore «Dialogherò con gli avvocati»
Per 40 anni a Bologna, alla Dda, all’Antiterrorismo e poi a capo di Rimini «Resterò qui fino alla pensione. La mia grande passione? L’Appennino»
«Faccio il procuratore da 40 anni. Presto andrò in pensione e fino a quel giorno resterò qui a Modena». Paolo Giovagnoli si è presentato ieri mattina nel suo ufficio in corso Canalgrande con passo felpato, un sorriso largo e poche ma incisive parole. Non è un uomo di grandi discorsi e di comunicazioni in pompa magna sotto i riflettori. Per lui, parlano il suo passato, i tanti anni alla Procura di Bologna, poi alla Dda e all’Antiterrorismo (ha diretto le indagini sul delitto di Marco Biagi e le Brigate Rosse), infine, la guida della Procura di Rimini (l’inchiesta più celebre, la morte di Marco Pantani) e il suo recente lavoro alla Procura Generale di Bologna in attesa di insediarsi a Modena, dove ha ottenuto l’assegnazione di capo della Procura dopo una lunga battaglia legale contro Lucia Musti.
«Devo confessare che non so niente di Modena, ma conosco bene l’Emilia e la Romagna - spiega Giovagnoli nel suo ufficio tutto da arredare al primo piano di Palazzo Martinelli - sono originario di Anzio, ma ha trascorso la giovinezza e ho fatto i miei studi a Roma. Però la mia attività professionale si è svolta quasi tutta in questa regione che penso di conoscere bene».
La sua idea di lavoro da magistrato è semplice: «Cosa devono aspettarsi i modenesi da me? Beh, il mio compito è di assicurare il rispetto della legalità in questo territorio. Il mio lavoro è di seguire le leggi. Così mi sono sempre regolato. Ascolto tutti, poi applico le norme».
Quando gli si chiede qual è la sua passione principale, risponde senza esitazione: «La montagna. Amo l’Appennino. Sono molto legato quel territorio. Ho una casa a Castel D’Aiano, di fronte a Zocca e Montese, dove vado appena posso».
«Con Modena non ho legami. Non ricordo di avere amicizie o conoscenze, ma l’ho frequentata tanta volte da turista e ci ho lavorato coi colleghi, l’ho studiata per tutto ciò che è di rilevo per il mio lavoro». Modena la conosce sotto il profilo criminale per le attività delle associazioni mafiose che in passato ha indagato: «A Modena principalmente c’erano i casalesi, hanno creato allarme. Oggi c’è una complessità particolare di Modena rispetto alle altre città emiliane. Non però per i reati finanziari, che non sono una specificità di Modena ma di tutta l’Emilia, un territorio molto ricco, basti pensare a Bologna e Parma».
Il rapporto con l’avvocatura? «Il migliore possibile. L’avvocatura è una parte essenziale della messa in pratica della giurisdizione. C’è bisogno di dialogare, di parlarsi e chiarire i problemi, possibilmente risolverli».
«Il presidente del Tribunale è un amico, ci conosciamo da tanti anni. Lui ha iniziato a parlarmi del problema dell’edilizia giudiziaria. Anche io sono interessato a una soluzione definitiva e possibilmente di trovare una sede unica per tutti gli uffici». —
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