La ricerca che toglie energia ai tumori
Il prof. Marcello Pinti fa parte di una equipe internazionale «Anni di studi, ma a Modena siamo all’avanguardia»
Togliere energia ai tumori. È la sfida della ricerca promossa dall’equipe del professor Marcello Pinti a Modena. Il docente Unimore fa parte di un’equipe internazionale che indaga le centrali energetiche dell’organismo: i mitocondri. «Molto spesso nei tumori, soprattutto in quelli più aggressivi, funzionano in modo alterato – ha spiegato Pinti – perché producono energia quando non dovrebbero e sopravvivono quando in condizioni normali farebbero fatica». In particolare, i camici bianchi supportati dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro hanno messo nel mirino la proteasi Lon o Lonp1. Una proteina-riparatrice che in condizioni normali permette di revisionare l’impianto dei mitocondri e sostituire i macchinari non funzionanti. Perché a livello cellulare il meccanismo si blocca? È la domanda su cui stanno indagando i ricercatori, analizzando una centrale energetica della dimensione di circa 1,5 micrometri in cui le proteine in oggetto sono ben più piccole. Per la risposta possono servire anni, ma la squadra capitanata dal docente modenese non si scoraggia. «La ricerca di base si effettua lontano dal paziente, ma è necessaria – ha garantito Pinti – perché senza comprendere i meccanismi che determinano il cancro è impensabile sviluppare qualunque tipo di terapia. Sarebbe come sparare nel buio. Ecco perché la ricerca di base precede le altre fasi, tra cui la pre-clinica e la clinica». Dalla falla nella centrale energetica (il tumore) al piano d’intervento (la terapia) può passare ancora più tempo. «Le esperienze del passato mostrano che dalla ricerca di base alla terapia possono passare dieci o vent’anni – ha aggiunto il ricercatore – però i risultati arrivano. Alcune scoperte fatte negli anni Novanta, come i farmaci biologici, hanno prodotto oggi nuove terapie per curare i tumori a cui prima non si sarebbe potuti giungere». L’ottimismo del docente sul lungo periodo è legato anche al luogo di lavoro. «L’università di Modena è piccola, ma per molti aspetti all’avanguardia – ha confermato Pinti – e comunque la ricerca è internazionale. L’importante è avere persone molto preparate e motivate, come sono in genere i ricercatori italiani, oltre ad avere i soldi per fare ricerca. Organizzazioni come Airc aiutano moltissimo. Modena ha un ambiente buono per lavorare, con scienziati d’eccellenza e densità di ricerca molto alta. Noi ricercatori italiani produciamo un lavoro d’eccellenza con pochi soldi: dobbiamo essere orgogliosi di quanto facciamo». Un orgoglio che Pinti ritrova più da ricercatore che da docente. «È bello quando a lezione vedi le persone interessate che ti domandano di lavorare sui progetti – ha concluso Pinti – ma l’idea di scoprire qualcosa di nuovo, di aggiungere un mattoncino alla casa della conoscenza, per quanto piccolo, è qualcosa che nessuno ti potrà mai levare. Galilei avrà magari scoperto qualcosa di più importante, ma se tra venti anni vi sarà un modo di combattere il cancro per merito di Pinti vorrebbe poter dire dare un piccolo contributo alla conoscenza e alla salute umana». —
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