«Le famiglie scelgono i luoghi con più servizi e scuole»
Il professor Vittorio Iervese: «Modena è ancora un territorio attrattivo per evitare il processo noto come povertà educativa E l’immigrazione è cambiata»
«Le famiglie cercano servizi: alcuni territori perdono nuclei con minori, altri li attirano. Per questo Modena è una delle poche province in Italia a veder crescere la percentuale di minorenni residenti».
Spiega così il sociologo dell’università di Modena Vittorio Iervese i dati Istat.
«In valore assoluto i minori restano in numero maggiore al sud, ma nel meridione si sta registrando un drastico calo delle percentuali perché le famiglie se ne vanno o fanno meno figli. E si spostano in quelle zone del Paese, come Modena, in cui c’è più probabilità di avere servizi e in cui si rischia meno la povertà educativa. Quest’ultimo è un fenomeno legato alla povertà assoluta: cioè le famiglie che hanno meno reddito fanno studiare meno i figli che diventano più poveri».
Scuole dunque, non solo lavoro: «Prima si seguiva l’opportunità di impiego del capofamiglia, ora si segue una logica mista. Ovvero anche se si è in presenza di precariato, si ha comunque un livello di accessibilità ai servizi migliore. Proprio per non incappare nella povertà educativa».
Il professor Iervese analizza poi la questione immigrazione: «Tutto è cambiato dal 2012 con l’introduzione della legge Bossi-Fini, che non ha impedito che ci siano più migranti, ma ha bloccato l’arrivo di famiglie. Ora migrano soprattutto persone che non hanno un progetto stanziale di popolamento e di ricongiungimento familiare, ma coloro che sono rifugiati, che di fatto è l’unica via possibile. Così il numero assoluto di migranti è aumentato, ma il numero dei minori è diminuito. Così il tasso nella nazione cala, mentre in un territorio come quello modenese che si è contraddistinto per la sua cultura di accoglienza il tasso diminuisce ma a un ritmo inferiore. È un discorso molto sottile ma che merita un approfondimento. La migrazione odierna è rappresentata da percorsi individuali, di persone che spesso arrivano in Italia per poi spostarsi ancora in altre nazioni. Quindi il territorio di arrivo non riesce a censirli e diventa ancora più difficile riuscire a inserirli in un processo di integrazione. Si sta ritornando all’idea del dopoguerra, in cui vi era l’immigrazione di sfruttamento in cui arrivava una persona per lavorare e mandare a casa dei soldi, mentre per un periodo c’è stata la cosiddetta immigrazione di popolamento in cui il capofamiglia faceva arrivare moglie e figli». —
GIB
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