Aldo Milani assolto: non tentò alcuna estorsione ai Levoni
Il sindacalista esce innocente dalle accuse «per non aver commesso il fatto» Non regge la prova che fosse per lui la busta con i 5mila euro data a Piccinini
Aldo Milani assolto «per non aver commesso il fatto». Non tentò alcuna estorsione ai fratelli Levoni di Global Carni e Alcar Uno. Non c’è prova che la busta con la mazzetta da 5mila euro consegnata dai due imprenditori a Piccinini fosse destinata a Milani, anche se il Collegio del Tribunale presieduto dal giudice Meriggi lascia in vista la clausola dubitativa. Il punto è che la prova non è emersa e la documentazione video portata in tribunale dalla Squadra Mobile della Questura e dal pm Claudia Natalini non ha dimostrato un coinvolgimento del sindacalista.
In strada, tra il cordone di forze di sicurezza in assetto antisommossa, dopo l’assoluzione esplode la gioia dei militanti Si Cobas che vengono a prendere il loro leader all’uscita del tribunale per circondarlo, scattare foto di questo momento e commentare sotto i portici di corso Canalgrande. Per loro è la fine di una trappola giudiziaria mal congegnata, come aveva detto il suo difensore Alessandro Gamberini: «Milani è stato al centro di una battuta di caccia, era una preda golosa». Milani, spiegano i Si Cobas, andava fermato per far inceppare la durissima vertenza davanti ai cancelli della Alcar Uno.
È presto però per dire quali argomenti hanno adottato i giudici, al termine di questo lungo processo a nervi scoperti, per arrivare ad assolverlo.
Restando nello stretto ambito dell’accusa mossa contro Milani - tentata estorsione - ora si può dire che se non c’è alcun dubbio che i Levoni diedero la busta coi 5mila euro a Danilo Piccinini - un ferrarese che si proponeva da mediatore nella vertenza (condannato in abbreviato a 2 anni e 4 mesi) - non altrettanto si può dire di Milani, che sedeva accanto a lui e parlava velocemente. Il video della polizia è stato oltretutto mostrato alla stampa senza l’audio. Nulla è stato detto sul contenuto verbale di quei pochi secondi del passaggio, avvenuti nell’incontro del gennaio 2017 per chiudere o placare la vertenza. Ma quando è emerso che la trascrizione riportava le parole “Vi dò” alla consegna della busta, la difesa - avvocati Gamberini e Marina Prosperi - chiese una verifica ed emerse un “Ti dò” rivolto al solo Piccinini, il solo che si è messo in tasca quel denaro. Tuttavia, il processo è stato costruito attorno a questo episodio aprendosi a forbice verso ambiti diversi: per la Procura, che ha chiesto una condanna a 2 anni e 4 mesi con l’attenuante di “aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale”, è stata una tentata estorsione; la difesa puntava sul contesto delle dure lotte sindacali in atto nella vertenza delle ex coop Alba e Evolution.
Infatti, l’accusa, soprattutto nella ricostruzione generale, considerava la richiesta di denaro estorsiva di un entità iniziale ben superiore, tra i 60 e i 90mila euro, da ricondurre alla gestione della cosiddetta “cassa di resistenza” Si Cobas. Si tratta di una cassa comune che il sindacato gestisce per aiutare scioperanti e licenziati in difficoltà. Una pratica di soccorso sindacale caduta nel dimenticatoio che per l’accusa nascondeva una sorta di “pizzo” che si chiedeva di pagare alla controparte: gli imprenditori erano costretti a finanziare in via del tutto illegale il sindacato. Tesi che Si Cobas ha sempre rifiutato come offensiva oltre che falsa. —
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