«L’Islam non va generalizzato Usciamo da reciproche paure»
Padre Adrien Candiard, sacerdote francese, è tra i maggiori studiosi occidentali «Non si tratta di essere a favore o contro» dice. Poi spiega come comprenderlo
“Comprendere l’islam. O meglio, perché non ci capiamo niente” è un piccolo libro edito da Emi (Editrice missionaria italiana) di padre Adrien Candiard, sacerdote francese che risiede a Il Cairo dove insegna all’Institut dominicain d’études orientales. Dal suo privilegiato punto di osservazione in Egitto, padre Adrien è più di uno studioso dell’Islam. Ieri era a Modena dove ha incontrato diverse persone nella chiesa di Santa Caterina ospite di Missio Modena.
Da dove viene il suo libro “Comprendere l’Islam”?
«Inizialmente questo era il titolo di una conferenza fatta a Parigi pochi giorni dopo la strage del Bataclan. Mi sembrava importante spiegare alcune cose, note ai ricercatori ma non nel dibattito pubblico. In Francia spesso si parla, e si parlava, di islam, ma ho avvertito l’emergenza di dire ciò che la ricerca e il lavoro scientifico affermano».
Quale è la tesi che porta avanti in questo lavoro?
«Spesso si parla di essere a favore o contro l’islam, ci si chiede se questa religione sia un bene o un problema. Prima di dare un giudizio dobbiamo capire cosa sia l’islam e quando cerchiamo di capirlo vediamo che siamo di fronte a un fenomeno complessissimo. Spesso in Francia si dice che l’islam è la religione della violenza o della tolleranza, ma l’islam rappresenta un fenomeno religioso e di civiltà che dura da 14 secoli con un miliardo di fedeli e un territorio immenso. Il libro cerca di far capire questa complessità. E dunque cosa possiamo affermare sull’islam? Proprio perchè il contesto è anche drammatico (anche se la grande maggioranza dei musulmani vivono in modo pacifico c’è anche il lato violento) dobbiamo resistere alle semplificazioni: non dobbiamo scegliere noi se il vero volto dell’islam sia quello tollerante o quello aggressivo. L’islam è l’Isis o il mio vicino che mi è simpatico? L’islam ha parecchi volti, non ne ha uno solo e dobbiamo accettare questa diversità, terroristi e pacifisti ne fanno parte. Ma dobbiamo evitare il rischio di drammatizzare il dibattito».
Ci fa qualche esempio?
«Pensiamo al Corano: uno può dire che è violento, versetti in questo senso ne esistono, ma c’è anche la chiamata a tolleranza e pace. Non dobbiamo scegliere noi quali versetti siano più veri degli altri. Il mondo islamico come vive questa dicotomia? E quale tipo di islam uscirà vincente? Una crisi dell’islam sunnita (quello maggioritario) oggi è innegabile ma come finirà non lo so. Spero bene, naturalmente, ma c’è un crisi molto forte tra l’islam cosiddetto tradizionale e quello salafita e noi dobbiamo aiutare i musulmani a risolvere questa crisi. Nel mio piccolo, da frate domenicano, prete e ricercatore in islamologia, penso di avere una responsabilità. Questo libro e l’andare in giro a presentarlo sono modi di partecipare a un dibattito che merita lavoro e tempo».
L’islam europeo esiste? E come si pone?
«In Europa ci troviamo davanti a qualcosa di recente e questa presenza è anche vissuta in modo drammatico, a causa del terrorismo. E’ umano cercare risposte semplici e vedere i pericoli di una società che cambia. E’ rassicurante spiegare fenomeni complessi e che fanno paura con concetti semplici, ma non funziona. L’Islam diventa un modo per spiegare cosa fa un miliardo di persone, ma un musulmano è anche un farmacista, un tifoso di calcio, un padre… le sue decisioni non sono soltanto ordinate dalla sua religione. C’è chi, in Europa appunto, teme un’invasione e crede che i musulmani vogliano islamizzarci. Le paure esistono, i numeri ci dicono che non c’è un’invasione ma che ci siano cambiamenti è vero. Faccio notare che questa paura vista dal mondo arabo, dove vivo, è un po’ strana. La gente dice “voi dite che l’Islam è minaccioso, ma chi attacca militarmente sono gli occidentali, sono gli occidentali ad andare in Libia, Iraq, Siria non il contrario”».
Dal punto di vista economico chi domina chi? E culturalmente chi influenza lo stile di vita di chi?
«Nel mondo arabo si portano abiti europei. Nessuno in Europa va a vedere i blockbuster egiziani, mentre gli arabi vanno a vedere gli Avengers. Queste paure si assomigliano, la paura di essere cambiati dall’altro esiste dai due lati del Mediterraneo». —
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