«Mi hanno voluto arrestare per bloccare le nostre lotte»
Aldo Milani, si aspettava l’assoluzione?
«Mi aspettavo qualcosa di negativo non tanto per gli aspetti giudiziari - per quanto mi riguarda l’estorsione non c’era mai stata - ma per il clima politico che si era creato. Ma non è avvenuto. Credo che si debba agli spiragli di lotte che si sono aperti. Anche la Cgil comincia a prendere posizione rispetto a un sistema che dura ormai da anni nel quale istituzioni, partiti e sindacati sono concordi a gestire un certo processo economico. È da ricordare che nel sistema di queste cooperative di servizi mafia, camorra e ’ndrangheta hanno un forte peso. Qui a Modena negli anni 70 e 80 hanno mandato o si sono inseriti un po’ di mafiosi che hanno costituito anche un rapporto interno a queste cooperative della gestione nella logistica. Mettersi contro questo atteggiamento ha portato al mio processo. Per fortuna abbiamo trovato giudici coraggiosi».
L’accusa muoveva dalla vertenza Alcar Uno.
«C’erano cinquanta licenziati delle cooperative e cercavamo una soluzione per loro. L’azienda è stata condannata a pagare 500mila euro e io chiedevo che una parte di quei soldi fosse spostata verso i lavoratori rimasti fuori. Avevano perso il posto di lavoro. È tutto qui. La discussione avveniva in questi termini. A questo punto si è inserito Danilo Piccinini, un intermediario, millantando un rapporto con noi del Si Cobas e cercando di avere un vantaggio economico per sé. Ma il sindacato non c’entrava niente».
Si è parato molto della cosiddetta “cassa di resistenza”, una formula di soccorso sindacale desueta che voi utilizzate. Si diceva che era il viatico dell’estorsione.
«Noi la pratichiamo, certo. Ma è anche inimmaginabile che i padroni finanzino gli scioperanti. Perché secondo loro la cassa di resistenza serviva a finanziare chi fa gli scioperi. Pensate, noi che chiediamo ai padroni di finanziare le nostre attività...»
Sì, ma è qui che si è fondata l’accusa di estorsione.
«La cassa di resistenza era un semplice motivo tirato in ballo dall’accusa. A noi invece serviva per versare un acconto dei 500mila euro che poi hanno dato ai lavoratori. Era l’unico strumento che avevamo. Non era un finanziamento per noi, ma un acconto che veniva dato ai lavoratori licenziati e veniva dato in anticipo rispetto ai 500mila euro che hanno poi dovuto dare».
Quanto ha pesato l’ambiguità della cessione della busta tra Levoni e Piccinini?
«Ma se in quel momento stavo parlando... Se si va a vedere, su 5mila pagine di intercettazioni solo 7 mi riguardano. C’era invece un problema di gestione di rapporti. I Levoni non sono esenti da tutto questo. Qualche mese fa Levoni padre è stato indagato, è accusato di “pagare in prosciutti”».
Alla luce dell’assoluzione, cosa le ha lasciato la sua esperienza giudiziaria, dato che inizialmente ha fatto anche del carcere?
«Di carcere ne ho fatto poco: è andata bene. S ono stati pesanti i domiciliari. Mi hanno impedito di fare attività sindacale. Chi non li ha mai fatti non può capire cosa vuol dire la restrizione. Oggi sono preparato. Magari mi arresteranno ancora per fermare le nostre lotte in campo. A Piacenza mi hanno da poco fatto un’altra denuncia, per una presunta estorsione alla Gls». —
C.G.
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