«Aggredire l’economia mafiosa con la confisca dei beni ai clan»
Nobili, responsabile dell’area Legalità in Regione svela la ricetta messa a punto «Il sistema più efficace è la possibilità di dare vita a reti di solidarietà nazionali»
Aggressione dell’economia mafiosa: questo il tema del nuovo incontro organizzato per oggi alle 15 dal Centro unico dei professionisti all’Aula N del Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore, in via San Geminiano. Relatori saranno la docente dell’Università di Bologna, Stefania Pellegrini, Gianguido Nobili, criminologo, attualmente responsabile dell’Area Sicurezza urbana e Legalità della Regione Michele Ammendola, della cooperativa ‘La Formica’ di Bologna.
Nobili, come funziona il procedimento di confisca dei beni ai clan?
«Nello scenario internazionale della lotta alla criminalità organizzata, l’Italia rappresenta un caso unico dove l’ordinamento attuale prevede due regimi diversi di aggressione ai benefici economici acquisiti illegalmente, non necessariamente collegati. Da una parte vi è il sistema della confisca a seguito di un procedimento penale di condanna o di patteggiamento caratterizzato da un approccio repressivo. Dall’altra vi è il sistema di confisca cautelare di prevenzione patrimoniale».
Quanti beni sono stati confiscati in Emilia Romagna e in particolare a Modena e provincia?
«Grazie al lavoro di mappatura promosso dalla Regione con il Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia del Diritto, Filosofia e Sociologia del Diritto e Informatica Giuridica (Cirsfid) dell’Università di Bologna, dal 2015 è disponibile on line la quantificazione e il riferimento geografico dei beni immobili confiscati in regione. Ne sono stati censiti 133 e altri 174 subalterni sono in via di definizione. A Modena, sono 11 i beni immobili definitivamente confiscati e 45 i subalterni in via di definizione».
Esiste una ricetta per “decontaminare” le imprese confiscate? E, in particolare, quali sono i settori più frequenti in cui operano?
«Generalmente i mafiosi tendono a fare affari in settori economici tradizionali, a basso grado di sofisticazione, ad alta intensità di manodopera. Le mafie privilegiano settori legati al territorio, che garantiscono visibilità e consenso sociale, come ristoranti, alberghi e locali notturni. Per massimizzare il consenso sociale all’imprenditore mafioso, il settore più importante risulta essere quello delle costruzioni, dove si concentra circa un terzo delle imprese confiscate. Questo dato suggerisce come, probabilmente anche per il suo essere caratterizzato da un ampio utilizzo di appalti pubblici, quello delle costruzioni sia un settore da tenere monitorato, nel quale investire risorse per prevenire l’infiltrazione mafiosa. A seguire, vengono il settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio e il settore alberghiero e della ristorazione: richiedono elevata intensità di manodopera e bassa specializzazione, consentendo al mafioso di offrire posti di lavoro, per lo più a parenti, amici, affiliati. Recuperare aziende confiscate è molto complesso, non esistono ricette miracolose, tuttavia l’esperienza ha messo in luce come uno dei fattori decisivi per realizzare interventi efficaci di recupero e rilancio delle imprese confiscate sia la possibilità di dare vita a reti di solidarietà nazionali. Uno dei territori che ha contribuito in maniera significativa è stato quello dell’Emilia Romagna». —
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