Anche Filippo va in pensione Piazza Roma perde un simbolo
Dopo 43 anni lo storico gestore del bar che si affaccia in San Domenico lascia: «Ho visto Modena cambiare, qui c’era l’Aci e ha telefonato anche Andreotti»
Le telefonate con Andreotti. La gag con Cacciari. La grinta tutta modenese di Scaglietti. Sono tanti i ricordi nella mente di Filippo Favuzza. Lo storico barista di piazza San Domenico li serve come ha fatto negli ultimi 31 anni (dei 43 in cui ha lavorato): la battuta pronta e il sorriso sulle labbra. «Sarà dura lasciare questo posto: è la mia vita», ha raccontato Filippo, alias Filo o Fil, come lo conoscono clienti divenuti a volte amici.
Pensione è una parola che suscita in lui una reazione ambivalente: sapeva che il momento sarebbe arrivato, ma farebbe il possibile per allontanarlo. Nessun nome sul successore («un modenese doc») e la mente che torna alla prima volta nel locale.
Era il 2 maggio 1988 ed Enzo Ferrari era ancora in vita. «Dopo dieci minuti avevo già comprato il bar – ha garantito il titolare – pur non avendo tutti i soldi subito. Ho detto che avrei firmato un sacco di fogli grande così (imita un faldone) pur di averlo dal gestore di prima».
Il fascino di piazza Roma ha avuto il suo peso. «Tutta la città era diversa – ha aggiunto Filippo – e allora si parcheggiava dappertutto. In piazza Roma c’era il gabbiotto dell’Aci. La città poi era piena di persone. Non c’erano i centri commerciali e si parlava di più. Ho passato un periodo bellissimo quando la Gazzetta era in via Taglio. Da me sono passati sindaci, avvocati, medici, generali. C’erano più ristoranti, i cinema in centro».
Negli anni d’oro ha visto più volte varcare la sua porta all’avvocato Odoardo Ascari, difensore tra gli altri di Giulio Andreotti. «Veniva nel mio locale e lo chiamava al telefono – ha spiegato il titolare – poi me lo passava. Gli ho parlato più di una volta».
Un’altra esperienza che ricorda è l’ingresso nel bar di piazza San Domenico di Massimo Cacciari: «Allora era sindaco di Venezia ed era venuto a Modena con l’autista. Gli aveva consigliato il posto l’allora sindaco Giorgio Pighi. Cacciari è entrato e ha chiesto: “È qui che si fa un buon caffè?”. “E chi gliel’ha detto?”, ho risposto, facendo finta di non averlo riconosciuto. L’ho servito, poi ha chiesto del bagno. Gli ho risposto: “Lo trova dopo quella porta. Certo, non è all’altezza di un sindaco…”. “Allora mi ha riconosciuto”. “Certo” (con un sorriso smaliziato)». L’entusiasmo è lo stesso di quando bambino giocava con le auto. Erano gli anni Sessanta e non viveva ancora a Modena, ma a Villabate (Palermo). La città della Ghirlandina lo ha accolto e gli ha fatto conoscere angoli e «geni».
Come Sergio Scaglietti, di cui ricorda un episodio tra i più curiosi: «Il re Baldovino del Belgio gli aveva chiesto un’auto e voleva a tutti i costi l’alzacristalli elettrico. “Signor re, en ghe sta menga”, gli ha risposto. Parlava soltanto in modenese: punto. Persone come lui erano dei geni». —
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