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Amanda Knox a Modena racconta la sua verità e attacca i media

Amanda Knox a Modena racconta la sua verità e attacca i media

Un intervento forte quello che la 31enne americana ha fatto al Forum Monzani intervenendo al Festival della Giustizia Penale. Ha rievocato la sua vicenda processuale non risparmiando accuse e dicendosi vittima: "era stato deciso che io fossi colpevole"

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MODENA. «L’Italia è diventata parte di me, nonostante la tragedia che ho vissuto, sono tornata perché lo dovevo fare. Perché sono stata invitata e una volta questo Paese per me era una casa e un giorno spero di sentirlo di nuovo così.

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Tanta gente pensa che io sia pazza a venire qui, mi hanno detto che sarò attaccata e che sarò falsamente accusata e rimandata in prigione. E che venire qui, anche se sarò incolume, non sarà servito a nulla. Oggi ho paura di essere molestata e derisa e incastrata e ho paura che nuove accuse mi saranno rivolte. Molti pensano che la mia presenza qui possa profanare la memoria di Meredith». E' un fiume in piena Amanda Knox protagonista, questa mattina, 15 giugno, dell'incontro sul processo penale mediatico al Festival della Giustizia Penale in corso al Forum Monzani.

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La Knox, per la prima volta in Italia a 4 anni dalla scarcerazione e dall'assoluzione definitiva dall'accusa di aver preso parte all'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, davanti a media arrivati non solo da tutta Italia ma soprattutto dagli Usa, ha ricostruito la vicenda giudiziaria che la ha coinvolta. Partendo da molto tempo prima, dal suo primo arrivo nel nostro Paese. «La prima volta in Italia ho visitato il Colosseo e Pompei e mi sono innamorata dell’Italia. A 20 anni sono tornata a studiare la lingua e la poesia a bere il vino. Ma poi - ha aggiunto iniziando il suo intervento - ho incontrato la tragedia e la sofferenza. Ma nonostante ciò o forse per questo, l’Italia è diventata parte di me. La lingua mi ha formata, e sono tornata una terza volta».

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Poi Amanda è entrata prepotentemente nella ricostruzione di quanto accaduto a Perugia dodici anni fa. «Il fatto che io continui, nonostante la pronuncia della Cassazione, ad essere ritenuta responsabile in questo modo per il dolore dei Kercher e per i fatti di Perugia dimostra quanto possano essere potenti le narrazione false - ha detto - e come possono minare la giustizia, ma i media possono anche rivelare al verità. Il primo novembre 2007 un ladro di nome Rudy Guede è entrato nel mio appartamento e ha violentato e ucciso la mia coinquilina Meredith, il suo Dna è stato rilevato sul corpo e in tutta la scena del crimine, ha lasciato le impronte digitali. E alla fine è stato catturato, processato e condannato. Eppure nonostante l’attenzione ricevuta dal caso, molte persone non hanno mai sentito il nome di Guede. Questo perché la polizia e il pm e i media e il pubblico hanno concentrato la loro attenzione su di me. La polizia era sotto una pressione immensa che chiedeva di arrestare un colpevole. Sono stata indagata. Una decisione non basata su prove e testimonianze».

«Sul palcoscenico mondiale - ha proseguito - io ero una furba, psicopatica e drogata, puttana. Colpevole. È stata creata una storia falsa e infondata, che ha scatenato le fantasie della gente. Una storia che parlava alle paure della gente. Non potevo più godere del privilegio della privacy. La mia famiglia veniva descritta come un clan. Prima del processo ero sommersa da una montagna di fantasie da tabloid e l'inchiesta è stata contaminata. Era impossibile avere per me un processo giusto. L'opinione pubblica non deve rispondere a nessuno, non ci sono regole se non che il sensazionalismo vince: nella Corte dell'opinione pubblica non sei una persona umana, sei un oggetto da consumare».

Parole forti quelle di Amanda che ancora ha proseguito: «Avevo zero motivazioni per uccidere la mia amica, zero tracce del mio dna sono state sul luogo del delitto. Poi ho sentito il giudice pronunciare le parole 'colpevole'. Il verdetto mi è caduto addosso come un peso schiacciante, non potevo respirare. Le telecamere lampeggiavano mentre uscivo dal tribunale. Ero innocente, ma il resto del mondo aveva deciso che ero colpevole, avevano riscritto la realtà. Passato, presente, futuro non contavano più. I pm e i media avevano creato una storia e una versione di me adatta a quella storia».

Poi la fine dell'incubo, il grazie alla Cassazione e le rinnovate accuse alla stampa: «Sono grata alla Corte di Cassazione e agli altri giudici per avermi rivendicata; la Corte Europea mi ha rivendicato oltre» per l'assenza di legali e interpreti: «sono grata ma tutto questo non assolve lo Stato per avermi condannato per 8 lunghi anni». Inoltre, «non assolvo i media che hanno raccolto un immenso profitto» da questa storia e «anche oggi trattano la mia vita come contenuto per i loro introiti. Non mi basta che la mia vicenda si sia conclusa bene, abbiamo bisogno di fare bene prima». La Knox ha anche detto che le farebbe piacere incontrare il suo Pm.

«Di recente - ha detto - sto pensando al mio pm, Giuliano Minnini, vorrei avere un faccia a faccia con lui, al di fuori dalle aule, al di fuori del ruolo di buono e di cattiva. Ho sempre pensato che fosse questa contrapposizione che rendeva impossibile la comprensione. Per me a vent'anni quel pm era come un mostro con un solo obiettivo, distruggere la mia vita. So che questa immagine di lui è sbagliata. Sono stati i media ad aiutarmi a rendermene conto. Nel documentario di Netflix non ho visto un cattivo, un mostro, ma un uomo con motivazioni nobili, che voleva rendere giustizia a una famiglia in lutto. Un giorno mi piacerebbe incontrare Minnini e spero che, se ciò accadrà, anche lui riesca a vedere che anche io non sono un mostro, ma semplicemente Amanda». Infine una precisazione sulla sua partecipazione al festival modenese «Se ho tratto beneficio economico dall'essere qui? - ha detto - No, non sono stata pagata per esserci. A ripagarmi è stato questo invito».

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