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Don Mattia racconta i migranti «Io cappellano sulla Mar Jonio»

Stefania Piscitello

Il vice parroco di Nonantola si confronta all’oratorio e rievoca i salvataggi in mare «Tanti i giovani sulla nave. Dalla Libia persone disperate, un dovere aiutarle»

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Ha solo 25 anni Don Mattia Ferrari, vice parroco di Nonantola: è giovane, come giovani sono molti dei protagonisti della testimonianza che ha deciso di portare a Fiorano, all’oratorio San Flilippo Neri, in occasione dell’inizio della preghiera d’estate.

Don Mattia Ferrari porta ancora nel cuore l’emozione vissuta a maggio: si è imbarcato come cappellano di bordo sulla nave di Mediterranea Saving Humans Mar Jonio. Nave che, la notte tra il 9 ed il 10 di maggio scorsi, ha intercettato un gommone con a bordo trenta migranti.

«Inizialmente, - spiega - a bordo della nave, a seguito della richiesta dei ragazzi di Mediterranea di avere un prete a bordo, sarebbe dovuto salire un confratello di Mestre che però non è più potuto andare. Così, quattro giorni prima della partenza, hanno chiesto a me».

Dopo aver ottenuto l’autorizzazione di don Erio Castellucci, Don Ferrari ha preso un aereo che l’ha portato a Marsala e, dopo tre giorni, è salpato. «Io non ho fatto quasi niente - continua a ripetere - se non pregare e cercare di portare la mia vicinanza alle persone a bordo della nave».

Il 9 maggio era insieme a un compagno di viaggio che, annoiandosi, gli ha chiesto uno scatto mentre scrutava l’orizzonte col binocolo: «Il momento del salvataggio è stato provvidenziale - continua - perché il radar non individua i gommoni di piccole dimensioni». È stato infatti proprio in quel momento, mentre il compagno osservava il mare col binocolo che, davanti alla Mar Jonio, è apparso un puntino nero: a bordo del gommone 30 migranti, stipati uno sopra l’altro, che si sbracciavano e chiedevano aiuto. Don Ferrari racconta della delicatezza del momento del salvataggio: «Non bisogna mai pronunciare la parola “Libia” quando ti avvicini perchè se pensano che tu sia libico si buttano in mare, preferiscono morire piuttosto che tornare lì».

I soccorritori hanno subito posto una domanda alle persone sul quel barcone: «Da dove venite?». «Dall’inferno» la loro risposta. Il Don parla poi delle condizioni di quelle persone «disidratate, piene di cicatrici causate dalle torture». Ci è voluta qualche ora perché si tranquillizzassero: «Pensavano che sarebbero morti. Quando però hanno realizzato che erano salvi, tutto è cambiato. Hanno cominciato a ballare, a cantare e a pregare tutti insieme, indipendentemente dalla religione».

«Grazie a questa esperienza - conclude Don Mattia Ferrari -ho compreso come i poveri diventino occasione di incontro per tutti noi. Vedere tanti giovani mettere in gioco la propria vita mossi dalla compassione, mi ha segnato profondamente». —

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