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Dottoressa con il mal d’Africa Elisa è già pronta a ripartire «Mi sento più utile stando là»

Gabriele Farina
Dottoressa con il mal d’Africa Elisa è già pronta a ripartire «Mi sento più utile stando là»

La 28enne medico di Medolla prepara le valigie per la Tanzania «Studio l’Hiv, racconterò la mia Italia e i social non mi mancheranno» 

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il racconto



«La medicina in Africa è più vicina alle persone». Elisa Razzaboni ha trovato la sua ricetta di vita. Ventotto anni, una laurea in Medicina, una specializzazione in arrivo e già tre missioni nel Continente culla dell’umanità. Da oggi trascorrerà sei mesi a Shinyanga, città di circa 100mila abitanti in Tanzania. Un modo per studiare l’Hiv, il virus dell’Aids. Specializzanda all’università di Verona, svolgerà il tirocinio nell’ambito di un progetto di Medici con l’Africa Cuamm.

Elisa, com’è nata la passione per l’Africa?

«Sono andata in Camerun ancor prima della laurea all’università di Bologna e poi sono stata in Guinea una volta laureata. Sono state due esperienze molto simili. La medicina in Africa è molto più vicina alle persone. Mi sento più utile ed è questo il motivo per cui mi piace andare. Nel futuro mi vedo più in Africa che in Europa».

Com’è stata l’accoglienza?

«All’inizio sei vista come un bancomat ambulante. La popolazione pensa che in Europa i soldi cadano dal cielo. L’accoglienza è comunque bellissima. Rimane sempre un sorriso nonostante tutto. Le persone possono vivere situazioni terribili, ma ti ringraziano sempre».

Cosa consiglierebbe a un medico italiano?

«Di avere uno sguardo su come funziona lo stesso mestiere in condizioni sociali differenti. È una prospettiva che ti fa pensare e ti mette di fronte a molti più limiti. L’accettazione della morte è un discorso serio. Dobbiamo tenere presente che noi medici non siamo né Dio né coloro che salveranno il pianeta. Così si fanno domande più grosse su pazienti di 95 anni su cui vengono fatte cure su cure con grande impiego di risorse».

Chi è per lei Gino Strada?

«È l’autore di una delle mie letture. Tengo a precisare che non ho sposato nessuna organizzazione».

Come se la cava con la lingua?

«Ho una base discreta, avendo fatto il liceo linguistico a Carpi dopo le medie a Medolla. Sto cercando a imparare lo swahili (lingua ufficiale della Tanzania), che perfezionerò meglio sul campo».

Com’è una giornata sul campo in Africa?

«È molto più legata alla natura. Ci si sveglia quando sorge il sole e non ci sono i 50mila input al secondo del mondo occidentale. Ritrovi la calma anche semplicemente nel non fare niente alla sera. Gli spostamenti sono molto più complicati, ma sono più tranquilla».

Nessun’ansia da assenza da social, quindi?

«No, anzi: non vedo l’ora di essere scollegata. La tecnologia fa più bene a loro che a noi. Sentono i loro familiari, partiti per chissà dove. Chi per esempio i figli nella capitale (Dodoma) li sente così».

Che immagine hanno dell’Europa?

«Purtroppo internet ha il lato cattivo di trasmettere messaggi falsi. Così ragazzi di 15-20 anni sviluppano con i social l’idea di venire in Europa. Le politiche in Italia non aiutano per niente l’integrazione, per cui è difficile per loro fare soldi che nel Paese di origine sarebbero soldoni. Per loro è un mondo diverso lavorare con orari diversi, magari stando seduti di fronte al pc». —



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