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Vittime della Haemotronic Si spera di riaprire il processo

F.D.
Vittime della Haemotronic Si spera di riaprire il processo

Udienza davanti al giudice che deve valutare il peso delle nuove prove presentate Dopo la prima archiviazione di 12 indagati, i familiari chiedono indagini più ampie

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MEDOLLA. Sette anni dopo c’è ancora chi invoca giustizia, non per sé ma per i morti travolti dai capannoni crollati a causa del il terremoto. La prima speranza era stata disattesa nel gennaio 2016 con l’archiviazione delle indagini, firmata dal giudice Teresa Magno. In sostanza non c’erano profili di responsabilità penale per quanto avvenuto il 29 maggio 2012 alla Haemotronic. Le posizioni dei 12 indagati della Procura non avevano alcuna possibile colpa tale da aprire il processo, tant’è che fu lo stesso pubblico ministero, Luca Guerzoni, a chiederne l’archiviazione.

Due anni dopo quella decisione alcuni familiari delle vittime sono tornate in tribunale per invocare nuove indagini, necessarie a rendere quantomeno rispetto al sacrificio di Paolo Siclari (37 anni), Matteo Serra (40) e Giordano Visconti (33). Lo hanno fatto davanti al giudice per le indagini preliminari, dottoressa Eleonora Pirillo, che ieri mattina ha deciso di riservarsi. Vuole quindi prendersi il tempo necessario per valutare la richiesta di opposizione contro ignoti.

Dalla parte delle vittime hanno lungamente esposto le loro tesi gli avvocati Patrizia Micai, per conto delle famiglie Siclari e Serra e del comitato Emilia Vite Scosse, e il collega Antonio Giardina che rappresenta i Visconti.

I due legali hanno chiesto di riaprire il processo portando anche nuova documentazione. L’avvocato Micai, ad esempio, ha insistito molto sul tema della sicurezza sul lavoro e di come le morti all’Haemotronic vadano inquadrate proprio come una sorta di omicidio colposo. Si ricorderà, infatti, che la prima archiviazione faceva riferimento anche all’impossibilità del tecnico, che fornì l’agibilità del capannone, di visionare eventuali collegamenti delle campate a causa dei controsoffitti realizzati all’interno delle camere di lavorazione dei prodotti biomedicali. Ma tra gli elementi nuovi di discussione si è anche parlato di alcune testimonianze dei colleghi degli operai deceduti, mai entrate nelle aule di tribunale e persino dell’ultima inchiesta di Report sull’ipotesi di collegamento tra il terremoto e le procedure avvenute nell’impianto di stoccaggio gas di Minerbio, su cui la commissione Ichese non ha fatto alcun tipo di valutazione approfondita.

L’avvocato Giardina, specialista in questioni ambientali, ha invece proposto una serie di valutazioni collegate al lavoro della Commissioni Grandi Rischi e al corposo materiale raccolto dall’ex consigliere comunale di Bastiglia, Antonio Spica, che attraverso una serie di accessi agli atti ha voluto evidenziare - stando alle carte - come i morti del 29 maggio potessero essere evitati con maggiori tutele e decisioni da parte della Protezione civile.

Il gip Pirillo ha ascoltato le riflessioni poste dagli avvocati e ora dovrà fare un’attenta valutazione del nuovo materiale probatorio portato all’attenzione della giustizia. Nel frattempo le famiglie, private dei loro cari in quei drammatici momenti in cui la laboriosa Bassa ambiva a tornare a produrre benessere senza avere la percezione di una seconda devastante scossa, continuano a piangere i loro cari, cercando in ogni occasione pubblica di non far perdere la memoria e invocando la sicurezza nella terra che ha nei suoi valori ideologici e fondanti “la tutela del lavoro e dei lavoratori”. —

F.D.

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