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«La maglia azzurra? Papà mi ha spronato perché ero scettico. Ora ne vado fiero»

Stefano Aravecchia
«La maglia azzurra? Papà mi ha spronato perché ero scettico. Ora ne vado fiero»

Nicolò Guicciardi, 17 anni, protagonista con la Nazionale cerebrolesi: «Ma continuerò a giocare anche con i normodotati»

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FORMIGINE Nicolò Guicciardi è il primo modenese ad indossare la maglia della nazionale italiana di calcio per cerebrolesi. Lo ha fatto al recente torneo internazionale di Barcellona dove gli azzurri guidati dal responsabile tecnico Simone Pajaro sono saliti sul terzo gradino del podio. Per il 17enne magretese – che oggi a mezzogiorno sarà ricevuto in Municipio a Formigine dal sindaco Maria Costi – tre gol e grandi emozioni. Ma c’è di più. Nicolò, che gioca anche coi normodotati, in azzurro ha fatto un pieno di autostima: «Il fatto di giocare in nazionale con altri cerebrolesi mi sta aiutando molto a livello psicologico – spiega –. Prima di questa esperienza sentivo la pesantezza della mia difficoltà, piccola ma che comunque c’è. Ora sono più sereno, ho compreso che con questa disabilità possiamo essere di esempio a persone normali per sportività e agonismo».

Vittima alla nascita di un’emiplegia (paralisi) che lo ha colpito alla parte destra, Guicciardi si è ritrovato in nazionale con ragazzi che sono diventati cerebrolesi a seguito di un incidente in macchina o di una caduta finita male. Che hanno problemi di coordinamento e, a diversi livelli, difficoltà a muovere questa o quella parte del corpo. Ma in campo, con addosso con la maglia azzurra e animati dalla voglia di mettersi in gioco, riescono ad andare oltre la loro disabilità.

Nicolò, com’è iniziata questa avventura in nazionale?

«Un po’ per caso. Mi è arrivata una chiamata dalla Federazione. All’inizio ero perplesso, ma ho colto al volo l’occasione e ora ne sono felice ed orgoglioso. Comunque continuerò a giocare con i normodotati negli Juniores, da attaccante».

Quali sono le differenze a livello calcistico?

«Intanto nei cerebrolesi si gioca a sette, le rimesse possono essere fatte dal basso e la velocità è ovviamente ridotta. A livello personale giocando con altri ragazzi con la mia disabilità mi sono sentito più a mio agio che tra i normodotati, dove accuso maggiormente ansia e pressione. In Nazionale sono più lucido nel giocare la palla mentre devo migliorare a livello fisico, aumentando il livello di corsa e resistenza».

In Italia c’è un campionato di calcio per cerebrolesi?

«Per ora no. Sono tesserato dal Torino calcio, per adesso facciamo solo tornei ma il movimento è in crescita. L’obiettivo sarà quello di qualificarsi per gli Europei».

Quanto fa la differenza la forza di volontà nello sport e nella vita?

«All’inizio pensavo che giocare a calcio, sia con i normodotati che con i cerebrolesi, fosse naturale e semplice, poi ho capito che c’è da faticare. La forza di volontà è importante: questa avventura nella nazionale è coinvolgente e mi sto impegnando molto. Quando senti gli inni e vedi le telecamere capisci che è una roba seria».

Che approccio mentale allo sport ti senti di consigliare a ragazzi nella tua stessa condizione fisica?

«Bisogna viverla come un’opportunità in più che abbiamo. A Barcellona ho parlato con altri ragazzi che, dopo incidenti di diverso tipo, pensavano che la loro vita sportiva fosse finita. Invece per loro questa nazionale ha dimostrato il contrario. Hanno trovato qualcosa per reinserirsi nel mondo dello sport».

È vero che all’inizio non eri convintissimo.

«Sì, ero un po’ scettico ma mi ci è voluto poco per ricredermi. Nel primo raduno di due giorni a Padova ho scoperto un gruppo bellissimo, con persone di qualità sia tra i ragazzi che nello staff, composto da professionisti. Papà mi ha spronato a rispondere alla convocazione per il torneo di Barcellona e alla fine è stata un’esperienza eccezionale».

Cosa vuoi fare da grande?

«Mi piacerebbe fare qualcosa nel mondo della tecnologia, lavorare con i computer e i software mi appassiona. Dal punto di vista sportivo, invece, credo in questa esperienza con la nazionale cerebrolesi».

Un’ultima domanda, scontata ma doverosa: chi è il tuo idolo calcistico?

«Messi. Un giorno mi piacerebbe conoscerlo». —




 

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