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Una tesi sul Mostro di Modena: «Subito uno studio del Dna Non credo sia un unico killer»

Stefano Luppi
Una tesi sul Mostro di Modena: «Subito uno studio del Dna Non credo sia un unico killer»

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MODENA. «Se si riapre il caso del killer o dei killer di Modena e si arriva a un nome magari difenderò qualche famiglia delle otto vittime. Occorre utilizzare il Dna se è rimasto e confrontarlo con le banche dati oggi presenti».

E’ idealista e allo stesso tempo concreta come richiede il suo lavoro, l’avvocato Giulia Vaccari, modenese 27enne, che sta svolgendo il praticantato presso un noto studio legale in città. Vaccari ha realizzato, per il suo master postlaurea in “criminal profile” a Roma, una tesi chiamata “Cold case, il mostro di Modena”. Si è in sostanza dedicata agli otto omicidi, tutt’ora irrisolti, di prostitute avvenuti a Modena tra metà degli anni ’80 e metà anni ’90: la Gazzetta di Modena all’epoca paventò l’ipotesi, non confermata dagli inquirenti, che si potesse trattare di un serial killer e di recente sulla vicenda è stato realizzato un film dal regista Gabriele Veronesi. Giulia Vaccari è arrivata a varie conclusioni, teoriche perché non ha potuto consultare le carte, ma ha intervistato il collega Pierluigi Salinaro, che seguì tutto il caso.

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«Dopo la laurea nel 2016 a Giurisprudenza a Modena - spiega l’avvocato - ho realizzato nello scorso settembre una tesi in criminologia a Roma presso l’Accademia internazionale di scienze forensi con la criminologa Roberta Bruzzone. Ho iniziato a studiare perché non avevo alcun ricordo visto che quando nel 1995 ci fu l’ultimo omicidio, quello di Monica Abate ritrovata il 3 gennaio 1995 nella sua casa in Rua Freda, avevo tre anni».

La studiosa ha analizzato a fondo i vari episodi criminosi, dedicandosi in particolare ai profili psicologici e consultando anche un famigliare che lavora nelle forze dell’ordine. «Ho soprattutto approfondito - continua Vaccari - la possibilità che si tratti di un killer missionario e purificatore oppure che si tratti di una o più persone che agivano in un campo esoterico realizzando una sorta di rituale».

La prima possibilità, quella di un omicida con intenti “purificatori”, venne fatta all’epoca: «Se fosse, ma io non credo, un unico killer prenderebbe spazio anche questa possibilità. Del killer missionario parlò all’epoca don Gian Carlo Suffritti, che all’inizio degli anni ’90 conosceva per la sua missione alcune prostitute. Parlando poi con Salinaro mi sono dedicata anche all’omicidio rituale e soprattutto ai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco visto che alcune donne furono ritrovate in un fosso, altre sotto un cavalcavia, una in una fornace e alcune in terra in campagna».

Vaccari termina con il profilo del responsabile: «Direi fosse un disturbato della sfera sessuale e un frequentatore abituale di prostitute che forse raccoglieva anche souvenir visto che le borsette sparivano. Ma la firma vera e propria di questi omicidi non è mai stata individuata». —


 

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