Luisa Guidotti, 40 anni fa il suo martirio
La medico missionaria fu uccisa il 6 luglio del ‘79. Stava tornando in ospedale, da sola, dopo il trasporto di una partoriente
Proprio oggi, 40 anni fa, moriva Luisa Guidotti Mistrali, la medico-missionaria modenese che trovò la morte (con quello che molti definiscono un vero e proprio martirio della carità) in Zimbabwe, allora Rhodesia. Luisa Guidotti era nata a Parma, il 17 maggio 1932, e dal ‘47, rimasta ofana di madre, si era trasferita con la famiglia a Modena.
La sua formazione spirituale cresce nell’Azione Cattolica, tanto che diventa responsabile della Gioventù Femminile di Ac a San Domenico. In quell’ambiente matura la vocazione alla missione, rimanendo però sempre laica. Laureata in medicina conosce l'Associazione Femminile Medico Missionaria, sostenuta da Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI. E proprio Paolo VI la incontra quando, nel 1966, parte per la Rhodesia dove, dopo una prima destinazione, finisce nell’ospedale “All Souls” di Mutoko, una poverissima città dello stato sudafricano, ben presto scosso da grandi tensioni a causa del regime segregazionista.
Luisa trova un ospedale che, come scrisse, era formato da “due capannoni e sei capanne; muri scalcinati, tetti di paglia” e lo fa crescere, insieme all’aiuto di tanti amici dall’Italia, fino ad accogliere nel 1971 fino a 5.600 malati. Nel suo ospedale curava tutti, compresi i guerriglieri, e nel 1976 fu arrestata e rischiò la condanna a morte. Rilasciata dopo 4 mesi, decise di restare come “Shona con gli shona” (il titolo della più nota biografia della Guidotti che richiama il nome della tribù di quel luogo), nonostante minacce e intimidazioni sempre crescenti.
Il 6 luglio del 1979, va in un ospedale lontano da “All Souls” per accompagnare una partoriente alle prese con alcune complicazioni. Il segretario dell’ospedale, Victor Kouma, insiste per accompagnarla ma Luisa gli dice: «Victor, siamo in guerra! È meglio che io sia sola; è meglio che muoia solo io e le infermiere possano continuare a soccorrere i malati. Non so se tornerò, abbiate cura dell'ospedale». Al ritorno fu fermata a un posto di blocco da paramilitari e, nonostante fosse su una ambulanza sola e disarmata, fu colpita e lasciata morire dissanguata nelle ore successive. Al funerale, celebrato nella capitale dell’ex Rhodesia qualche giorno dopo, partecipò una folla immensa per rendere omaggio a quella che i suoi malati chiamavano “happy doctor”.
Attualmente è “Serva di Dio” e la causa di beatificazione è in corso: dapprima fu allestita in Zimbabwe, successivamente la causa è stata assunta dalla diocesi di Modena che ha chiuso la prima fase nel 2013, oggi dunque questo processo è a Roma presso la congregazione delle cause dei santi. Modena ha dedicato a Luisa Guidotti una scuola media e tuttora in molti (a cominciare dalle amiche della Gioventù Femminile ancora in vita, passando per tante persone contagiate dalla storia e dalla vita di Luisa) ne tengono vivo il ricordo e raccolgono anche fondi per gli ospedali che Luisa ha servito nel periodo della sua missione in Africa.
La tomba della Guidotti è stata portata, diversi anni fa, a Modena, nella navata sinistra del Duomo. Lì Luisa riposa e lì molte persone si fermano in preghiera ancora oggi a quarant’anni dalla sua morte. —
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