Don Erio: «Un cambiamento per servire meglio i fedeli»
Don Erio, tra l’impegno della diocesi di Carpi e la riorganizzazione di quella di Modena, è un periodo intenso.
«In realtà sono due cose molto diverse, Carpi è arrivata all’improvviso, la riorganizzazione delle parrocchie è iniziata tre anni e mezzo fa ed è frutto di una consultazione che ha comportato decine di riunioni, riflessioni, proposte e che vuole adeguare le strutture alle persone, alla consistenza delle comunità. Altrimenti le strutture, non solo murarie ma organizzative e burocratiche, finiscono per schiacciare i parroci e frenare la collaborazione dove è iniziata, In alcuni casi, poi, si tratta semplicemente del riconoscimento giuridico della realtà pastorale».
Cosa risponde a chi dice che così la Chiesa si allontana dalle periferie?
«Che è proprio il contrario, vorremmo invece, pensando meno sui parroci, favorire una presenza capillare di laici, ministri, diaconi che però non coltivino il loro orticello, ma costruiscano un ponte lavorando in una realtà più grande».
Le cosiddette diaconie?
«Esatto. Le piccole realtà che non saranno più parrocchie dovranno essere abitate da persone che siano punti di riferimento per tutte le attività che insieme, nella nuova parrocchia, verranno decise. Ad esempio la messa domenicale dove la comunità è sufficiente ci sarà. Accorpare le parrocchia non significa sopprimere messe, questo è già stato fatto in larga misura. Ma se c’è una parrocchia ci sono strutture che necessitano di un parroco, così invece si possono valorizzare le realtà più piccole».
Come state raccontando questo percorso ai fedeli? «La disponibilità è già dichiarata da tempo, in alcune zone è già stato fatto, in molti casi dai parroci. Alcuni hanno riunito insieme diverse parrocchie, in qualche caso siè votato per l’accorpamento, come a Frassinoro e a Campogalliano. Una cosa è essere parroco di una comunità di 6mila abitanti, altro di otto parrocchie con gli stessi abitanti complessivi».
Come hanno reagito i sacerdoti a questa novità?
«Nella grande maggioranza del clero c’è sintonia, ci sono alcuni che stanno a guardare e pochi che fanno una sorta di resistenza, manifestata anche davanti ai fedeli. Ma queste resistenze saranno superate».
Ci vuole più coraggio a diventare amministratore apostolico di Carpi o a diminuire le parrocchie?
«Più che coraggio, questo è un atto di lealtà verso il popolo di Dio, i presbiteri e i ministri. Occorre plasmare la nostra pastorale sul popolo di Dio e non su servizi da erogare».
Nel caso di Carpi è obbedienza. Il ruolo dei laici quale sarà?
«Determinante, già è stato attivo nella riflessione con proposte, idee, obiezioni, anche contrasti. Ma queste diaconie o chiese sussidiarie in gran parte dovranno essere portate avanti dai laici, l’abbinamento parroco-campanile è definitivamente tramontato».
P.S.
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