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IL PRESIDENTE DEL TORTELLANTE 

Coppelli: «E ora il parlamento colmi un vuoto giuridico»

M.D.B.

«È assurdo che finita la scuola  si parcheggino questi ragazzi nei centri diurni Devono essere considerati lavoratori e non pesi economici»

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ROMA «Quello che vogliamo fare è dimostrare che il lavoro può essere una soluzione nei confronti del vuoto sociale che si apre una volta che è finita la scuola. Questi ragazzi possono essere integrati nella società con un impegno che può portarli ad avere una vita dignitosa». Erika Coppelli, presidente del Tortellante, riassume il problema di fondo che affligge molti dei 600 mila giovani adulti italiani affetti da autismo.

In pochissimi lavorano e di solito sono socialmente inclusi solo i soggetti ad altissimo funzionamento, mentre restano isolati tutti quelli con basso e medio funzionamento, che sono la stragrande maggioranza.

Erika Coppelli, cosa chiedete alle istituzioni?

«Di riempire un vuoto giuridico. La legge sul “Dopo di noi” prevede la riabilitazione di questi ragazzi ed è assurdo che finita la scuola si torni indietro parcheggiandoli nei centri diurni. I ragazzi, certo, hanno una pensione di invalidità, ma molti di loro sono considerati inabili al lavoro dal punto di vista legislativo. Inoltre manca una forma giuridica per le nostre associazioni: si potrebbe pensare, ad esempio, ad agevolazioni fiscali».

In attesa che il Parlamento faccia la sua parte, quali progetti state sviluppando?

«Casa e bottega, la nostra nuova sede, è una palestra di autonomia nella quale i ragazzi devono imparare a vivere da soli. Puntiamo a questo. Si stanno sviluppando iniziative analoghe in altre località».

Come vengono investiti i profitti del Tortellante?

«Siamo una associazione di promozione sociale, tutto quello che fatturiamo deve essere reinvestito. I ragazzi non hanno uno stipendio ed è anche per questo che chiediamo un aiuto alla politica: dobbiamo trovare una forma giuridica che cambi le cose e che permetta loro di essere considerati lavoratori veri e propri e non più pesi economici».

Qual è il contributo delle famiglie all’associazione?

« Il rapporto con la disabilità è profondamente cambiato. Le famiglie di adesso hanno voglia di impegnarsi direttamente mentre prima si fidavano di medico e scienza. Adesso vogliono collaborare e dare il proprio contributo. Soprattutto le nonne».

In che senso?

«Sono il nostro valore aggiunto. A un certo punto della loro esistenza, le nonne e i nonni non vengono più considerati utili. E proprio questo crea un legame forte con i loro nipoti: hanno la possibilità di insegnare una tradizione che stava scomparendo».

Sono molte le aziende che acquistano i vostri prodotti. Qual è il segreto?

« Noi puntiamo sulla qualità del prodotto e scegliamo le eccellenze modenesi. Vogliamo che chi acquista lo faccia perché i prodotti sono buoni. Se non fosse così, chi acquista farebbe beneficenza in altro modo». —

M.D.B.

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