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L’assessore tifoso e che ama leggere «Modena diventerà la “città dei festival”»

Luca Gardinale
L’assessore tifoso e che ama leggere «Modena diventerà la “città dei festival”»

Andrea Bortolamasi si occuperà di Cultura, Giovani e Università «Sento una grande responsabilità. Voglio confronto e dialogo» 

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l’intervista



Oltre ai faldoni azzurri, rigorosamente divisi per argomento, sulla scrivania ha una foto di Ernesto Che Guevara, che copre appena il libro dell’ex presidente cileno Salvador Allende. E se i documenti li ha ereditati dal suo predecessore - Gianpietro Cavazza, ora passato al Bilancio - foto e libri sono indubbiamente suoi, come le immagini che lo ritraggono in esultanze scomposte al Braglia e al PalaPanini. Andrea Bortolamasi, 36enne modenese e segretario cittadino del Pd, è stato scelto dal sindaco Muzzarelli come assessore alla Cultura, alle Politiche giovanili e alla Città universitaria.

Assessore Bortolamasi, partiamo da… Andrea: in che quartiere è cresciuto e qual è il suo percorso di studi e politico?

«Sono nato nell’83 a Modena e ho sempre vissuto nel quartiere Buon Pastore, tanto che ora abito nella casa dove ho trascorso l’infanzia. Ho fatto le elementari alle Pascoli, poi le medie alle San Carlo, il liceo San Carlo e quindi l’università all’Unimore, prima con la triennale in Economia, poi la specialistica in Storia contemporanea. Per quanto riguarda il percorso politico, sono un “nativo” Pd».

Le sue passioni?

«Prima di tutto la curva del Modena e le partite del Modena Volley, mentre passando alla… pratica, ho giocato tanti anni a basket, arrivando fino alla serie D, e oggi quando ho un po’ di tempo libero vado a correre al parco Amendola e al parco della Repubblica. Mi piace molto leggere: al momento sulla scrivania ho un saggio su Milosevic, un pamphlet sul lavoro di Stefano Massini e “Middle England” di Jonathan Coe. Amo molto i film di fantascienza, e quindi “divoro” le serie come “Stranger Things”, mentre tra i miei film preferiti ci sono “Goodbye Lenin”, “Nel nome del padre” e “Il segreto dei suoi occhi”, dedicato alla dittatura argentina».

Dalla “sua” cultura a quella di Modena: che assessore sarà?

«Fare l’assessore a Modena è un privilegio e una grande responsabilità. Per quanto riguarda lo “stile” che vorrei portare avanti, oggi serve una politica che pratichi una strada alternativa alla disintermediazione: serve un pieno riconoscimento degli interlocutori, serve ascolto, serve confronto. A maggior ragione nel campo della cultura. Poi, è chiaro, faremo le scelte assumendoci la responsabilità politica di fronte ai cittadini. Ma lo faremo dopo un confronto ampio e dopo essere stati presenti nei luoghi dove la cultura si produce, cresce e si sviluppa».

Farete ricorso ai bandi o agli affidamenti diretti?

«Continueremo a utilizzare lo strumenti dei bandi, nella consapevolezza che non è l’unico che un’amministrazione ha a disposizione. Ci sono anche altre modalità che sfrutteremo: serve attenzione tra lavoro culturale e animazione territoriale, due aspetti che spesso coesistono, ma che non sono la stessa cosa».

Tra le cose che ha in mente per i prossimi anni, c’è anche la “Città dei festival”: non rischia di essere un filone troppo inflazionato?

«Modena, negli anni, ha saputo creare, progettare e gestire diversi festival, da quello della Filosofia a quello della fiaba, dalla lettura per ragazzi a “Node”, la rassegna di musica elettronica che vorrei rilanciare, dalla smart city a “Buk”, dal Motor Valley al jazz: in molti casi la formula ha funzionato grazie alla contaminazione tra generi e linguaggi, intercettando pubblici diversi. E se il concetto di festival potrebbe anche essere inflazionato, i fatti confermano che, se esistono i contenuti, la formula funziona. L’idea è quella di mettere insieme in maniera organica i vari festival, con un calendario che preveda anche qualche nuova proposta: penso alla street-art, che a Modena è stata considerata a fasi alterne, rappresenti un terreno molto fertile e di richiamo».

Oltre alla “Città dei festival”, c’è quella del sapere...

«Sì: una città che vede Unimore come l’asse centrale su cui si regge l’impianto. Ma è tutta la città, con il suo sistema scolastico, le sue istituzioni culturali e la ricchezza del mondo associativo, a rappresentare un unico grande luogo di formazione e cultura. Per quanto riguarda le proposte, da settembre ci metteremo al lavoro per costruire il primo rapporto sulla città universitaria, con un incontro e un momento di confronto per mappare l’esistente, per far dialogare università e gli altri stakeholder, coinvolgendo i giovani. Le questioni da affrontare sono quelle della mobilità, con nuove soluzioni per il trasporto pubblico, degli alloggi e delle biblioteche e sale per studenti: in questo senso ho fissato un incontro con i gestori di “Abate road”, con l’obiettivo di recuperare due sale studio da destinare alle associazioni studentesche».

E poi c’è la Città della cultura, con il nodo Sant’Agostino, l’ex Amcm e le ex Fonderie.

«Partendo dal Sant’Agostino, l’auspicio è che si possa presto sbloccare il progetto edilizio, ma intanto non siamo stati fermi: in questi mesi la parte di contenuti è cresciuta e la progettualità culturale si sta sviluppando. Spostandosi all’ex Amcm, la rigenerazione è partita e al centro ha la cultura. E a chi, come l’ex dirigente Ezio Righi, sostiene che ci sarebbero le risorse per completare la parte pubblica senza quella privata, faccio notare che… magari fosse così. Insomma, le risorse dei Comuni le conosce bene anche Righi, e in ogni caso eviterei di demonizzare il privato, apprezzando un progetto che mette al centro gli spazi culturali. Quindi, le ex Fonderie, progetto a cui tengo molto, perché consentirà di valorizzare un pezzo importante della storia della città: il “rettangolo del Novecento”, con i nuovi spazi dell’Istituto storico, rappresenterà un luogo di identità cittadina, storia e memoria collettiva». —



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