Il delitto della “baracchina” Un cadavere di donna e due coppe di champagne
Il primo febbraio 2007, in via Uccelliera, una pattuglia della polizia municipale scopre il corpo L’ultima telefonata al figlio, la testimone tardiva, lo scontro con il Comune, il rebus irrisolto
il racconto
PIER LUIGI SALINARO
Sono le 23.30 del primo febbraio 2007. Una pattuglia della polizia municipale imbocca via Uccelliera, traversa di via Emilia Ovest. Per i due agenti si tratta di un normale giro di ispezione. Percorse poche decine di metri notano che le luci interne ed esterne del bar “Feeling” sono ancora accese. Restano perplessi. Conoscono la proprietaria da tempo e sanno che alle 20, massimo alle 20.30, le saracinesche si abbassano e lei se ne va. Fermano l’auto e fanno marcia indietro. Entrano: «C’è nessuno?». La domanda rimane senza risposta. Fanno per andare nel retro quando notano sul pavimento un rivolo di sangue che sbuca dal frigobar dei gelati che è appoggiato in un angolo e non contro al muro come al solito. Lo spostano e dietro, a terra, seduta e con il capo reclinato in avanti, trovano il corpo senza vita della proprietaria, Achiropita “Tina” Mascaro. Ha il cranio fracassato, colpita molto probabilmente con una mazza o forse con la base in marmo di una delle coppe che stavano sugli scaffali del bar. Ma a terra non c’è l’arma del delitto, né si troverà mai.
Sul bancone una bottiglia di champagne, una birra e due bicchieri, come se l’assassino avesse voluto brindare prima di massacrare la sua vittima.
Ma chi ha ucciso Achiropita Mascaro? Un rebus ancor oggi irrisolto. Un rebus che, nel tempo, porterà un presunto colpevole davanti alla corte d’assise. Ci saranno giorni, mesi di udienze e infine un nulla di fatto. L’assassino non è mai stato trovato.
Achiropita Mascaro, cinquantadue anni quando viene uccisa, è una calabrese di Rossano Jonico, da anni a Modena. Volitiva, intraprendente nelle sue attività e soprattutto nella gestione di bar. Tanto da capire, ancor prima della creazione di un parco nell’area dell’ex autodromo, a ridosso del centro della città, che lì vi era la necessità di creare un punto di ristoro.
Il parco non era stato ancora ultimato che già il chiosco di “Tina”, con tanto di dehors, era stato costruito. La “baracchina”, come la chiamano i modenesi, di quel polmone verde intitolato a Enzo Ferrari.
Per capire il carattere di questa donna, che con il profondo Sud aveva ben poco a che spartire, almeno secondo il pregiudizio di molti modenesi, va ricordato il lungo incontro-scontro con il Comune. La “baracchina” del parco Ferrari era in regola ma qualcuno riteneva di no e quindi si oppose. Non ci addentriamo in questa vicenda che sfociò poi in un procedimento penale “vinto” da Achiropita con una sentenza - destino beffardo - depositata proprio il giorno in cui la donna venne assassinata.
Ma torniamo al chiosco e a quella contrarietà che indusse l’amministrazione a far intervenire la polizia municipale con tanto di provvedimento di chiusura immediata del locale. Sapete cosa fece Tina? Si barricò e si incatenò all’interno del suo chiosco. Non ci fu verso di convincerla né con le buone né con le cattive.
La “baracchina” del parco Ferrari non era l’unica attività dell’intraprendente calabrese di Rossano Jonico. Per il figlio acquistò l'edicola di via Emilia Ovest, angolo viale Autodromo, un altro chiosco al parco Amendola e, da ultimo, il “Feeling Bar” di via Uccelliera.
Troppe attività da gestire per una donna sola che trova un aiuto, inizialmente costruttivo, in un quarantenne che conosceva da tempo come rappresentante di commercio nel settore della ristorazione. I rapporti di lavoro - e solo di lavoro - tra i due funzionano, ma poi improvvisamente si interrompono in modo brusco, agli inizi degli anni Duemila. I motivi non si conosceranno mai, ma c’è chi dice, tra i collaboratori di Achiropita, che la rottura sia avvenuta per un tentativo dell’uomo di prendere possesso del chiosco di viale Amendola. Da quel momento viene estromesso e non avrà più rapporti con Tina.
Il rappresentante di commercio, negli anni a seguire, gestirà alcuni bar modenesi e si occuperà del noleggio di macchinette videopoker. Proprio quest’uomo sarà poi sospettato di essere l’assassino. A giocare a suo sfavore il suo “curriculum”. Quand’era ancora minorenne era stato condannato dal Tribunale dei minori per il delitto di una tabaccaia durante una rapina. Ma aveva saldato i suoi conti con la giustizia e, tornato libero, non aveva più avuto a che fare con essa.
Negli anni ’90, quando iniziò la sua collaborazione con Mascaro, aveva una famiglia nella Bassa, un’amante bielorussa a Modena e una pistola illegalmente detenuta proprio a casa dell’amante. Un particolare, quest’ultimo, che associato alla collaborazione con la vittima gli farà passare anni da incubo.
Un passo indietro per tornare alla sera del primo febbario 2007. Achiropita Mascaro viene uccisa tra le 20 e le 21, come poi stabilirà l’autopsia. La donna aveva raggiunto il “Feeling bar” nel pomeriggio lasciando un collaboratore nell’edicola del figlio. Quella sera, stando a quanto confermano i tabulati telefonici, aveva appuntamento con un esponente dell’opposizione in Comune che aveva preso a cuore la sua vicenda nel contenzioso che si era aperto con l’amministrazione locale.
L’ultima chiamata di quella sera è con il figlio, intorno alle 20. Gli chiede di accompagnarla a fare delle spese per il bar, ma il ragazzo ha un impegno. Lui stesso racconterà poi alla polizia di averla sentita tranquilla e di non aver percepito alcuna presenza nel bar. Verosimilmente poco dopo quella telefonata, forse alle 20.30, l’assassino entra nel locale. È una persona che la donna conosce, non si spiegherebbero altrimenti i due bicchieri, la bottiglia di champagne e quella di birra poi ritrovate sul bancone.
Cosa succede di lì a poco non si saprà mai. Forse una discussione poi degenerata. Secondo la ricostruzione della polizia la donna ha già messo in tasca i soldi dell’incasso e sta riponendo alcune pizzette nel frigo. È di spalle all’assassino quando viene colpita con violenza alla testa, con una mazza o con un pesante corpo contundente. Si accascia a terra e viene spinta nell’angolo in fondo al bar, alla destra rispetto alla porta d’ingresso. Chi l’ha uccisa resta freddo e determinato. Sposta il frigo dei gelati di traverso, in modo tale da coprire il corpo e da non permetterne la visione dall’esterno. Ma fa di più. Cancella ogni traccia del suo passaggio, tanto che la mattina successiva la polizia scientifica non rileverà alcuna impronta digitale, nonostante una certosina ricerca in ogni angolo del bar. Secondo quanto poi rilevato dagli investigatori, anche sulla scorta della testimonianza del figlio, dalla borsetta di Tina sono stati prelevati i documenti relativi alle sue cause giudiziarie in corso e 5mila euro, somma con la quale avrebbe dovuto pagare la mattina successiva l’avvocato di famiglia.
Le indagini sono tutt’altro che facili. Nessuna impronta, nessuna arma del delitto. Nemmeno un valido movente nonostante le decine e decine di testimonianze rese al pm. Poi un colpo di scena che sembra incanalare le indagini verso il presunto assassino. Per una serie di circostanze, a casa dell’amante bielorussa dell’ex uomo di fiducia di Tina, viene trovata una pistola illegalmente detenuta. Per l’accusa, come succede spesso, uno più uno fa due: è lui l’uomo che la sera del 1 febbraio 2007 è entrato intorno alle 20.30 al “Feeling bar” di via Uccelliera. In fin dei conti i due si conoscevano bene, tanto da condividere un bicchiere di champagne e una birra: è lui, insiste l’accusa, ad aver sferrato i colpi mortali che hanno messo fine alla vita di Tina Mascaro.
L’uomo viene arrestato per l’arma (due anni con rito abbreviato e scarcerazione immediata), ma non per l’omicidio.
Non vi sono prove sufficienti, anche perché ha un alibi verificato: quella sera lavorava al computer nella sua casa della Bassa e non passava da anni in via Uccelliera.
All’improvviso, però, compare una testimone. È un’anziana donna che abita da anni nella palazzina di fronte al “Feeling bar”. Sostiene di aver visto quell’uomo - che già conosceva da quando collaborava con la vittima - alcuni giorni prima dell’omicidio mentre si intratteneva a parlare animatamente con “Tina” all’esterno del bar. Quell’uomo ha quindi mentito quando ha raccontato che da anni non passava in via Uccelliera?
Per l’accusa non vi sono dubbi: è lui l’assassino. Si va a processo con l'accusa di omicidio premeditato: il pm chiede l’ergastolo. Ma tutto l’impianto accusatorio è molto indiziario. L’accusato è a piede libero. E libero sarà quando la Corte d’Assise, in un tardo pomeriggio autunnale, tre anni dopo l’omicidio, leggerà la sentenza che lo assolve «al di là di ogni ragionevole dubbio». Il dispositivo letto dal presidente non parla infatti dell’articolo che nel vecchio codice recitava «per insufficienza di prove», ma sentenzia l’assoluzione - anche questa nel vecchio codice - «per non aver commesso il fatto».
Dunque tutto da rifare, indagini comprese. Ma la verità non arriverà mai e nessuna giustizia sarà resa ad Achiropita “Tina” Mascaro. —
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