Turchi chiede il concordato Infrastrutture troppo lente
Una lunga storia di appalti milionari, ora cassa integrazione per 100 addetti L’impresa imputa la crisi ai ritardi di Cispadana e Campogalliano-Sassuolo
Ha coperto d’asfalto l’Autobrennero, buona parte delle tangenziali emiliane fino alle strade dell’Indonesia.
Appalti milionari, ma dopo oltre cinquant’anni di storia industriale la Turchi Cesare srl, che ha sede legale a Rubiera di Reggio Emilia e stabilimento operativo a Marzaglia, frazione di Modena, è stata costretta a chiedere il concordato.
Non sono bastati gli sforzi per diversificare il business e scongiurare la crisi delle commesse pubbliche, principale introito dell’impresa, che copre l’intera filiera dei bitumi: dall’estrazione della ghiaia fino alla lavorazione e alla stesura. Un realtà che conta ad oggi poco meno di 100 dipendenti – una ventina sono usciti volontariamente da maggio – e che aveva diversificato aggiungendo all’asfaltatura anche la costruzione di impianti per aziende ceramiche e di capannoni per le grandi insegne dei supermercati, fino alla produzione di energia con il biometano.
Ma le nuove fonti di ricavo non hanno retto alla desertificazione degli appalti pubblici. A pesare anche la partecipazione ai grandi project financing, come quello per la Cispadana o la Campogalliano-Sassuolo, nei cui Cda era membro il titolare Vitaliano Turchi, già presidente del Collegio degli imprenditori edili di Modena.
Grandi opere considerate strategiche ma rimaste finora sulla carta. Dopo dieci anni di crisi del comparto anche la Turchi ha dovuto correre perciò ai ripari. Il collasso di altre aziende di costruzioni da una parte ha comportato svalutazioni milionarie su crediti ormai inesigibili, e dall’altra con banche e fornitori che chiedono il rientro degli impieghi. La strozzatura finanziaria ha creato una pericolosa impasse tamponata in queste ore con la richiesta di accesso al concordato preventivo in continuità. Una domanda presentata in tribunale a Reggio Emilia, anticipata dalla richiesta di cassa integrazione concessa, con l’accordo dei sindacati, per un anno a copertura di tutto il personale.
Prima che la crisi mordesse a fondo, l’azienda raggiungeva i 50 milioni di fatturato, scesi a 29 milioni nel 2017 (ultimo bilancio disponibile), anno in cui il margine operativo lordo era positivo per 2 milioni di euro (7,22% sulle vendite), e consentiva comunque un utile di 277mila euro. A pesare è certamente l’esposizione debitoria, che già nel 2016 si attestava a 39 milioni di euro (nel totale delle voci relative a bilancio), superando i 44 milioni di euro nel 2017.
L’azienda starebbe già lavorando per trovare un partner finanziario o industriale. A puntellare il piano c’è un portafoglio commesse sostanzioso e l’avvio della cava di Modena (davanti alla Campogalliano-Sassuolo), investimento anche questo effettuato dieci anni fa ma sbloccato solo ora. —
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