Agguato al prof. Montanari I sei colpi di pistola che scuotono il Policlinico
Il primario del reparto di Ostetricia-Ginecologia venne ucciso la sera dell’8 gennaio 1981 Trovato nel parcheggio dell’ospedale sul suo Maggiolone da una tecnica di laboratorio
IL RACCONTO
PIER LUIGI SALINARO
Sei colpi di pistola nel parcheggio interno del Policlinico Universitario. È l’8 gennaio 1981. Da poco sono trascorse le feste di Natale e Capodanno. Tutti scambiano quei colpi per gli “avanzi” dei botti di fine anno. Invece sono spari partiti da una pistola e destinati al direttore della clinica ostetrico-ginecologica del Policlinico.
Il professor Giorgio Montanari viene freddato dall’ultimo dei sei colpi che gli trapassa il cuore.
Un delitto sconcertante per le modalità e per la caratura del personaggio. Un delitto apparentemente senza movente che ancora oggi, in molti, al Policlinico ricordano e raccontano alle nuove generazioni di medici che si apprestano a prendere servizio in clinica ostetrico-ginecologica. Anche se non ci sono aule intitolate alla figura di questo eminente clinico e docente, di fatto assassinato sul posto di lavoro da un killer ancora senza volto e senza nome.
Torniamo a quella sera dell’8 gennaio 1981. Da poco erano trascorse le 20. E da poco si era conclusa la riunione del consiglio di facoltà di Medicina. Il professor Montanari, il preside di facoltà Umberto Muscatello e uno studente di Ostetricia, scendono le scale dell’aula riunioni ed escono dall’atrio principale del Policlinico.
Alle 20.06 i tre si salutano, con Montanari che dice loro: «Vado a prendere l’auto e vado a casa. Certo bisognerebbe ricordassi dove l'ho parcheggiata».
L’auto, un Maggiolone Volkswagen, il professore l’aveva parcheggiata tra giorni prima. Infatti, spesso, era solito farsi prelevare da un collega nella sua abitazione in piazza Roma. Plausibile dunque che non ricordasse dove aveva lasciata parcheggiata la sua automobile.
Non lo ricorda il professor Montanari, ma lo sa bene il suo assassino che lo sta aspettando proprio accanto al suo Maggiolone, parcheggiato poco distante dal circolo dei dipendenti Usl, che si affaccia su via Del Pozzo.
Il professore alla fine trova la sua auto, ma anche il suo killer.
Forse c'è una discussione tra i due. Forse. Comunque il professore mette in moto l’auto, che ha cambio automatico. Nello stesso istante il killer fa fuoco con una pistola calibro 45. Uno, due, tre... sei colpi, mentre il Maggiolone, proprio per via del cambio automatico, inizia da solo ad allontanarsi.
Non è ancora morto Montanari, come accerterà poi l’autopsia, le ferite riportate sono molto gravi, ma non mortali. È mortale, invece, l'ultimo colpo che il killer fa partire mentre l’auto gli mostra la parte posteriore. Destino vuole che quel colpo impazzisca, nel senso che subisce ben tre deviazioni, come spiegherà nella sua relazione autoptica il professor Francesco De Fazio, direttore di Medicina legale.
Il colpo infatti entra dal lunotto posteriore del Maggiolone e subisce una prima leggera deviazione verso il basso. Nella sua corsa incoccia poi nel sedile del conducente, il professor Montanari ovviamente, e qui la seconda deviazione verso il basso. Entra nella spalla sinistra della vittima e impatta nella clavicola che devia per la terza volta il colpo verso il cuore.
Sono le 20.10 dell’8 gennaio 1981 quando il professor Giorgio Montanari cessa di vivere.
I colpi di pistola che hanno echeggiato per tutto il Policlinico, vengono inizialmente scambiati per petardi, residui delle recenti feste di fine anno. Ad accorgersi del delitto, e a capire che non si trattava di petardi, come per altro lei stessa aveva creduto, è una tecnica del laboratorio di analisi del Policlinico, che, pure, sta raggiungendo la propria auto parcheggiata a pochi metri dal Maggiolone del professor Montanari.
La donna corre subito a dare l’allarme non appena si accorge che quei petardi tali non sono ma sono invece colpi di pistola che hanno crivellato la persona alla guida del Maggiolone.
Racconterà poi agli inquirenti di aver anche notato un’ombra, una persona, allontanarsi in gran fretta in direzione di via Del Pozzo, raggiungibile dal parcheggio interno del Policlinico, proprio attraverso un cancello posteriore del circolo dipendenti Usl. Un particolare che la dice lunga sulla preparazione dell’omicidio, con il killer che evidentemente non solo ha seguito nei giorni precedenti il professor Montanari, ma sa che auto ha, dove l'ha parcheggiata e quale può essere per lui una facile via di fuga.
Che sia un delitto studiato a tavolino e premeditato, non vi sono dubbi. Ma chi vuole morto Montanari e soprattutto perché? Il professore, stimatissimo professionista, solo tre anni prima era stato eletto a gran voce tra i candidati alla direzione della clinica, all’epoca ospitata al sesto piano dell’ospedale Policlinico.
Stimatissimo professionista ma evidentemente non del tutto ben voluto, anche all’interno della sua stessa clinica. Un particolare che non sfuggì agli investigatori che, subito dopo l’omicidio, per prima cosa salirono nel reparto per sentire medici e personale infermieristico.
Le pareti interne delle due cabine degli ascensori, riservati solo al personale medico e paramedico, erano autentici tazebao con frasi assai poco gentili indirizzate a Montanari, tra l'altro definito “novello Erode”.
Ma non erano solo quelle frasi ad aver toccato la persona del professor Montanari. Un giorno trovò sul parabrezza della sua auto una busta contenente tre proiettili. Successivamente gli vennero indirizzate una serie di lettere anonime, anche minacciose, che il docente non esitò ad esporre nella bacheca della sua clinica, quasi a voler far capire come quelle parole non lo toccassero più di tanto e al tempo stesso quasi a voler sfidare chi le aveva vergate. C’era forse qualcuno e forse all'interno della stessa ginecologia ad avercela con lui, “a morte”?
Eppure il professor Montanari al suo arrivo in clinica, per non far torto a nessuno e per non suscitare risentimenti nei confronti dell'equipe che si era portato appresso dalla Sicilia, aveva di fatto nominati tutti suoi “aiuti”. Non solo. Di fronte alla legge appena varata sull'aborto, lasciò ad ognuno la libertà di coscienza di praticarlo o meno. Di certo stava raddrizzando una clinica che era reduce da anni bui e da direzioni più che chiacchierate. Lo faceva con polso e forse anche per questo era inviso a una parte della clinica?
Ma torniamo alla sera del delitto e a carabinieri e poliziotti che al sesto piano sentono come testi tutti: medici, infermieri, specializzandi (anche uno che alcune settimane prima si era arrampicato sul cornicione per entrare nello studio del professor Montanari a falsificare i voti delle sue prove di specializzazione) e anche personale delle pulizie.
Niente, non emerge nulla. Come non emergerà nulla, nei mesi e negli anni successivi con gli investigatori che seguono tre piste: quella che porta in Sicilia, dove Montanari era stato direttore di Clinica Ostetrica del Policlinico di Messina, prima di trasferirsi a Modena; quella sentimentale, per via di una presunta relazione del professore con una sua assistente (ma la moglie di Montanari, che non aveva seguito il marito a Messina ma con la figlia viveva a Padova, aveva spiegato di esserne sempre stata al corrente e che si era trattato di un'avventura di poco conto alla quale lei stessa aveva dato poco peso); la terza pista era quella che non si allontanava dal Policlinico.
Proprio quest'ultima pista, indicata durante una trasmissione televisiva, indusse l'allora il procuratore della Repubblica, Walter Boni, a rimettere mano al fascicolo e a far fare nuove indagini, che però non portarono a nulla, oltre a mettere ancora più a fuoco il fatto che il professor Montanari non era amato all'interno della sua clinica, dove si erano create quelle che gli stessi inquirenti definirono lobby: pro e contro il professore
Alcune cose sono comunque sempre state chiare nel corso degli anni. Ad uccidere il professor Montanari non poteva essere stato un killer professionista, prezzolato da qualcuno. Un vero killer non avrebbe mai agito allo scoperto in un parcheggio, plurifrequentato, come quello del Policlinico, illuminato, anche se scarsamente, accanto ad un circolo. Un killer non spara una raffica di colpi per ammazzare la sua vittima e per essere più sicuro, se mai, avrebbe atteso il professore sotto il portone di casa sua.
Il delitto, a quasi quarant'anni di distanza, resta impunito e forse lo sarà per sempre, anche se più d’uno ha suggerito negli anni che qualche spunto investigativo lo si potrebbe andare a cercare, che si potrebbe “scavare” ancora. A chiederlo sono stati i medici, ex collaboratori del professor Montanari, che giusto un anno fa hanno inviato una lettera a giornali e procura della Repubblica chiedendo a gran voce di riaprire il caso.
E lo chiede soprattutto la vedova del professor Montanari, Anna Ponti, che proprio pochi giorni fa, telefonando alla Gazzetta, ha detto: «Prima di chiudere gli occhi, vorrei tanto sapere chi è perché ha ucciso Giorgio». —
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